NON LASCIARE NIENTE D’INTENTATO, DATO CHE HO BISOGNO DI RIFORMARMI IN TUTTO

Nell’analisi  dell’anno, Eugenio è molto duro con se stesso. Giudica di essere stato poco equilibrato nel tempo che ha dedicato agli altri, ed è consapevole che alcune delle debolezze del suo carattere sono diventate di conseguenza troppo scontate.

Durante questo ritiro avrò da regolare esattamente l’impiego delle mie giornate: riconosco di essermi lasciato andare troppo facilmente a invertire l’ordine che m ero fissato. Ottima cosa senza dubbio esser sempre disponibili nel servire il prossimo, ma quest’anno è stato un servizio veramente da schiavo; e in gran parte la colpa è mia. La compiacenza spinta oltre il limite degenera in debolezza e le conseguenze sono estremamente pericolose perché finiscono per farmi sciupare il tempo.
Devo stabilire una regola di condotta coi miei giovani. Devo insistere sulla virtù della dolcezza, sulla mortificazione della lingua quando mi sento ferito, sull’umiltà, l’amor proprio, incalzandolo decisamente quando si camuffa, riprender lena con la meditazione, il breviario, la messa con la preparazione e il ringraziamento, lo studio della Bibbia, le letture pie, l’esame di coscienza, insistere in breve su tutto e in tutto sempre, perché ho bisogno di riforma in ogni campo.

Note di ritiro, dicembre 1814, E.O. XV n.130

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NON PERDERE NEANCHE UN’ONCIA DI QUELLA PREZIOSA PACE CHE È LA COSA PIÙ GRANDE CHE SI POSSA AVERE

Eugenio riflette sull’importanza di mantenere un’intima serenità in Dio

Grande massima: fare sempre quanto dipende da me per portare a buon fine le opere che credo buone; ma quando non avessi nulla da rimproverarmi, quando avrò messo in movimento Dio e gli uomini, quando avrò usato tutti i mezzi che la fede, la mia mente e la mia posizione mi offrono, se l’esito non risponde alle mie vedute rientrare al più presto nel mio intimo senza perdere un grammo di quella pace preziosa che è il maggiore dei beni.
S. Ignazio diceva che un quarto d’ora di orazione gli bastava, per consolarsi anche della distruzione della sua Società.

Note di ritiro, dicembre 1814, E.O. XV n.130

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SAREBBE UN DISTURBO PERDERE LA PACE DELL’ANIMA, RISPONDERE IN MODO PURAMENTE UMANO QUANDO LE COSE NON VANNO COME VOGLIO

Facendo una valutazione dell’anno Eugenio è consapevole di aver confidato troppo nei suoi sforzi e non abbastanza in Dio.

Bisogna che in avvenire confidi più nella potenza della preghiera che nell’attività che cerco di sviluppare per fare buona riuscita nelle opere a me affidate o che il Signore mi suggerisce di compiere.
Certo sarebbe da stolti non darsi da fare, anche solo considerando quel che han fatto i santi, che anzi bisogna darsi da fare molto; sarebbe però più stolto non puntare tutto sulla preghiera, l’intercessione dei Beati del cielo, dei giusti, degli angeli e specialmente della Vergine Santissima. Sarebbe un sovvertimento delle cose perdere la pace dell’anima e ribatter colpo su colpo in maniera assolutamente umana quando le cose non vanno a mio piacimento…

Note di ritiro, dicembre 1814, E.O. XV n.130

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LAVORANDO PER GLI ALTRI SONO STATO TROPPO INDULGENTE CON ME STESSO

Nel dicembre del 1814 Eugenio fa un ritiro personale, proprio durante uno dei momenti più significativi della sua vita. Era stato ad un passo della morte, la malattia lo aveva lasciato debilitato fisicamente e ora si accingeva a discernere la futura direzione del suo ministero. Durante questo ritiro segue gli esercizi spirituali di sant’Ignazio.

Eugenio segue i temi delle meditazioni (3 per giorno), le meditazioni e le letture giornaliere, ma soprattutto scrive le sue riflessioni personali.

Quanto bisogno avevo di questo ritiro! Mi sento come se avessi dimenticato la massima dell’autore dell’Imitazione di Cristo: è chiaro che lavorando per gli altri ho trascurato troppo me stesso, e questo ritiro sarà direttamente consacrato a riparare il danno che ne è venuto alla mia anima, prendendo i provvedimenti più saggi per evitare questo abuso per l’avvenire.
I prigionieri di guerra, la malattia che ho contratto, il ritorno in salute, l’incremento della congregazione della Gioventù, tutto quest’anno ha contribuito a buttarmi fuori di me; e le preoccupazioni seguite necessariamente a queste faccende, le difficoltà affrontate, gli ostacoli, i contrasti che ho dovuto prendere di petto mi han fatto perdere completamente il dominio interiore e molto spesso ho agito come un uomo, un uomo assolutamente imperfetto.
Invece di affidarmi unicamente alla preghiera per riuscire nel bene che mi proponevo, quante volte purtroppo mi sono servito di altri mezzi! Il mio amor proprio ferito, quando incontravo ostacoli, mi ha portato a fare molti peccati sia mormorando, sia ridicolizzando gli altri, sia mostrando disprezzo per coloro che avevano indubbiamente il torto di non favorirmi ma che,  tutto sommato, meritavano rispetto grazie al loro carattere sacro.

Note di ritiro, dicembre 1814, E.O. XV n.130

 p. Yvon Beaudoin commenta:

a margine della pagina Eugenio scrive: uso quest’anno il ritiro di padre Nepveu. Si riferisce all’opera di p. Francois Nepveu S.J.:  ritiro secondo lo spirito e il metodo di sant’Ignazio per gli ecclesiastici.
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LE VERE MOTIVAZIONI DELLA VOCAZIONE SACERDOTALE DI EUGENIO

Avendo espresso la irritazione sui pettegolezzi relativi alla sua vocazione, Eugenio spiega ora a suo padre le motivazioni vere. L’interruzione delle comunicazioni, causata dalla guerra, aveva reso impossibile comunicargli prima questa notizia.

Mi son consacrato al servizio della Chiesa perché era perseguitata, perché era abbandonata, perché dopo 25 anni non poteva affidare più il suo ministero — un tempo ambito per quanto poteva offrire di più grandioso —‘ solo a poveri artigiani o a miseri contadini; perché infine, vedendoci rapidamente in cammino verso uno scisma che credevo inevitabile, temevo che si sarebbero trovate poche anime generose capaci di sacrificare le loro comodità e la loro stessa vita per conservare l’integrità della fede, fiducioso che Dio mi avrebbe dato forze abbastanza per sfidare ogni pericolo.
Ero talmente convinto che non avremmo tardato a subire una crudele persecuzione che partendo per il seminario di Parigi misi in valigia vestiti borghesi al completo, con l’idea di essere costretto a servirmene, divenuto sacerdote. Ecco i motivi che mi hanno spinto al sacerdozio, senza che ce ne fossero altri, né potevano essercene col carattere col quale è piaciuto a Dio di favorirmi…
… Ma come vi ho detto, sono entrato nello stato clericale per riparare le mie colpe e fare un po’ di bene, lavorando per la salvezza delle anime. Se avessi ambito onori non sarei venuto a chiederli alla Chiesa, specialmente in un momento in cui gli promettono il patibolo

 Lettera a Charles Antoine de Mazenod, 7 dicembre 1814, E.O. XV n. 129

Circa la vocazione di Eugenio il Presidente rispose il 22 febbraio 1815:

Poiché ho parlato del tuo ministero credo che questo sia il caso di rispondere a quanto hai puntualizzato sulla tua vocazione. Posso dirti con assoluta verità che quando per via indiretta ho saputo che avevi abbracciato lo stato ecclesiastico, non rimpiansi la soddisfazione di vederti continuare la nostra stirpe né i vantaggi che io avrei ottenuto da un matrimonio splendido a cui potevi aspirare e che ti saresti infallibilmente procurato. Ma da un lato rimasi mortificato che tu non mi avessi consultato su una questione così importante e dall’altro lo stato di scisma in cui si trovava allora la Francia mi suggeriva i più gravi timori. Tuttavia non ti ho mai manifestato nulla e, ponendo tutta la mia fiducia nella infinita bontà di Dio, non ho cessato di ringraziarlo incessantemente per la decisione che ti aveva ispirato e ho ripetuto ancora più particolarmente i miei ringraziamenti dopo che mi hai fatto conoscere i motivi altissimi che l’hanno determinata. Spero che questa spiegazione basterà a calmare il tuo cattivo umore per certe parole sconsiderate sfuggite nel promemoria privato che affidai alla contessa.

Bibliothèque Méjanes, Ms. 2078(1944) (1-2)

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L’IRRITAZIONE PER ESSERE GIUDICATO MALE DALLE CHIACCHIERE DELLA SOCIETÀ

Quando Eugenio aveva deciso di entrare in seminario imperversava la Guerra tra Napoleone e la Gran Bretagna, circostanza questa che aveva impedito le comunicazioni tra la Francia e Palermo. Il padre di Eugenio non era dunque  a conoscenza né degli studi del figlio per diventare sacerdote né della sua ordinazione. Venne a saperlo solo più tardi ,per vie indirette. Solo nel 1814 dopo la caduta di napoleone, le ordinarie comunicazioni vennero ripristinate. In questa lettera Eugenio è molto irritato dal fatto che i motivi della sua vocazione sacerdotale siano stati mal giudicati nei pettegolezzi dell’”alta società”.

A questo punto mi si presenta non so come un’idea che devo comunicarvi: fino a questo momento l’avevo accantonato ma ne soffrivo ugualmente. Quando Mme de Vérac passò per Marsiglia mi mostrò copia della lettera da voi scritta a M. de Blacas seguita da una noticina per sua informazione, anche di questa conservo copia.
In questi appunti c’era un accenno riguardante me da cui si sarebbe potuto dedurre che io fossi entrato nello stato clericale con intenzioni piuttosto volgari e più che indegne del mio carattere.
Mai invece vocazione è stata più disinteressata della mia.
Non ho abbandonato il mondo perché né io né mia madre siamo riusciti a riavere i nostri beni: con matrimoni molto redditizi avrei avuto di che esser compensato di una perdita che tutto sommato non era molto rilevante; non m’è passata nemmeno per la mente l’idea che mia sorella potesse sposarsi con più garanzie finanziarie, non ebbi a fare il minimo sacrificio per procurarle questo vantaggio.
Non ho rinunziato ad alcun diritto, fatto alcuna promessa, assolutamente nulla che abbia meritato gli elogi che la principessa di Ventimiglia e la sorella hanno sbandierato, offese atroci che ho assaporato nel mio intimo.

Lettera a Charles Antoine de Mazenod, 7 dicembre 1814, E.O. XV n. 129

Nella risposta al figlio, il presidente de Mazenod conclude con queste parole:

spero che questa spiegazione sia sufficiente a calmare il tuo astio nei confronti di certi giudizi frettolosi che sono scivolati accidentalmente nelle mie memorie per la contessa.

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UNA GIORNATA DI PREGHIERA, FORMAZIONE E GIOCO

L’associazione dei giovani si riuniva di giovedì e di domenica, ma anche durante i giorni festivi. Nel diario di mercoledì 2 novembre, festività dei defunti, troviamo una descrizione delle attività di preghiera, formazione e gioco.

All’ora solita ci siamo riuniti in cappella per recitare l’ufficio dei defunti. Dopo Mattutino il Direttore ha celebrato la 5. Messa seguita dalle Lodi.
Poi ci si è ritirati, ma passando per il cortile non abbiamo potuto resistere al desiderio di fare qualche partita a barra (ed correndo tra due campi limitati da una linea = barre). A sera, dopo la funzione nelle parrocchie, ci siamo ritrovati nella cappella per la pia lettura e la recita di alcune poste di rosario. Poi si è giocato fino alle 9. I giochi sono stati interrotti soltanto per mangiare un po’ di castagne, secondo l’uso insostituibile delle nostre terre.
I soci si sono tassati per due soldi a testa, una bella somma tutta impiegata a rifornirci di castagne. Qualcuno ha proposto e tutti hanno accettato di prenderne una parte per i poveri; ma il Direttore se n’è uscito con una proposta più vantaggiosa subito accettata: prendere un tanto dalla somma raccolta per la celebrazione di una messa in suffragio delle anime del Purgatorio. La messa la dirà lui e poiché non riceve mai per sé l’onorario, questo rimarrà per i poveri.

Diario della Congregazione della Gioventù, 2 novembre 1814, E.O. XVI

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LA NASCENTE ASSOCIAZIONE DEI GIOVANI VIENE DEDICATA A MARIA IMMACOLATA

 Durante l’epoca napoleonica i gruppi giovanili cristiani erano stati banditi. Anche le riunioni di Eugenio con i giovani all’inizio erano dunque illegali e il gruppo veniva presentato sotto forma di gruppo ricreativo. Con la caduta di Napoleone, divenne invece possibile dichiarare apertamente la sua identità e Eugenio aveva chiesto l’approvazione del papa. Una volta ottenuta l’approvazione papale, era stato possibile lanciare l’associazione dei giovani. Dato che essa era dedicata all’Immacolata Concezione, Eugenio sceglie questa festa (celebrata ad Aix il 21 novembre) come data di fondazione. Questo testo ci mostra che fin dall’inizio la consacrazione a Maria Immacolata aveva svolto un ruolo fondamentale nella vita e nel ministero di Eugenio.

La giornata di oggi in cui si celebra in diocesi la festa dell’Immacolata Concezione della Vergine Santissima, è stata scelta per l’istituzione canonica dell’Associazione, in conformità alle intenzioni del Santo Padre, dettate nel suo rescritto del 24 settembre del corrente anno.
La festa è riuscita splendida e tutto ha contribuito a renderla commoventissima. Il Vicario generale. impedito da un malessere che l’ha inchiodato in casa di venire a celebrare messa e presiedere la funzione, ha ceduto il posto al nostro Direttore il quale prima della messa ha ricordato a tutti i presenti i doveri imposti dall’appartenenza all’Associazione e i vantaggi che se ne ritraggono, ecc. Durante la predica tutti hanno rinnovato per acclamazione le promesse battesimali e la consacrazione alla Madonna.
Questo giorno è stato tanto più prezioso che quasi tutti i soci si sono accostati alla sacra Mensa per ricevere il pegno dell’accettazione che il Signor Gesù voleva gradire della loro offerta generosa. [Lista di 8 nomi di giovani che sono stati accolti..]
Poi tutti, compresi quelli che avevano in questo giorno rinnovato la loro consacrazione, dovendosi considerare canonicamente soci dell’Associazione a partire da questa data che sancisce la loro definitiva presenza in forza del rescritto pontificio, apporranno la loro firma al presente verbale, conformemente al regolamento.
A sera nella cappella dell’Associazione è stato esposto il SS.mo e la solennità s’è chiusa con la benedizione…

Diario della Congregazione della Gioventù, 21 novembre 1814, E.O. XVI

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SE CI UNISSIMO A VOI LI ABBANDONEREMMO, PERCHÉ NOI SOLI, E NON VOI, POSSIAMO AIUTARLI

 Ciò che tocca il cuore di Eugenio e gli fa rispondere è la terribile situazione in cui si trova la gente di Provenza, i cui bisogni non erano adeguatamente presi in considerazione dal ministero ordinario della chiesa locale.

A questo punto mi domanderai perché, volendo fare il missionario, non mi unisca a voi insieme alla piccola brigata che potrei racimolare. Se volessi rispondere alla guascona, ti direi subito che non hai fatto granché per avermi; ma non è la ragione vera, essendo convinto di ciò che ti scrissi nell’ultima lettera, cioè che non sono in grado di esservi molto utile.
Quel che deve qui trattenerci è il fatto che le nostre terre son prive di qualunque aiuto, la gente dà speranza di conversione, e non bisogna abbandonarla; unirci a voi significherebbe abbandonarla, perché noi e non voi possiamo esserle utili. Per essere capiti bisogna parlare la loro lingua, bisogna predicare in provenzale. Una volta costituiti in comunità, nulla potrà impedire che ci affiliamo a voi, se l’unione dev’essere a fin di bene.

Eugenio finisce la lettera scrivendo che si trova in un momento di discernimento, e nella sua stanchezza post-malattia continua a considerare nell’intimo il desiderio segreto di ritirarsi alla vita contemplativa di un monastero.

Dio sia glorificato e le anime si salvino: questo e l’essenziale, io non guardo oltre. Eppure un desiderio segreto mi porterebbe altrove…

Lettera a Forbin-Janson, 28 ottobre 1814, E.O. VI n 2

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LA COMUNITÀ MISSIONARIA ESISTE “SOLO NEL MIO CERVELLO”

 Appare chiaro ora che Eugenio ha riflettuto a fondo sull’opportunità di fondare un gruppo di missionari in Provenza. Eugenio comprende che la spaventosa situazione … in cui versano i provenzali è una chiamata per lui. Comincia così a guardare al lato pratico di questo possibile progetto.

 La seconda mi pareva più utile riflettendo sullo stato miserando in cui la gente vive.

 Il progetto avrebbe richiesto dei fondi, e il mensile che riceveva da sua madre non sarebbe stato sufficiente a finanziarie un gruppo di missionari. Parla allora del salario di Fratel Maur- Pierre Martin Bardeau, un monaco trappista il cui monastero era stato distrutto dalla rivoluzione. Questo monaco aveva bisogno di un modo per guadagnarsi da vivere, e così Eugenio gli aveva trovato un impiego. Con la fine dell’era napoleonica, i monasteri erano stati riaperti, e fratel Maur aveva deciso di tornare al suo monastero trappista.

 Ma certe considerazioni mi han tenuto fermo. L’assoluta mancanza di mezzi (ed. finanziari) non è il dato meno preoccupante: coloro che potrebbero venire a stare con me non hanno niente di niente ed io non ho gran che, tenuto conto che il sussidio di mille franchi deve anche servire a pagare il domestico il quale tra breve mi lascerà per tornarsene alla Trappa. È un’altra contrarietà perché facevo assegnamento su di lui per la comunità della missione.

 Un’altra considerazione pratica era quella di come e dove questa comunità doveva vivere. È chiaro che Eugenio stava pensando molto alla possibilità di questa comunità.

 Questa comunità esistente ancora nel mio cervello, da costituirsi in casa mia, quella che mia mamma non avrebbe, io penso, difficoltà a cedermi temporaneamente; ora ci abito soltanto io: è situata all’ingresso della città e potrebbe alloggiare otto missionari. In seguito cercheremmo un locale più ampio, ecc.
 Avevo anche in mente alcune regole da proporre, perché ci tengo che si viva in una maniera perfettamente regolare. Eccomi qua; come vedi non troppo avanti.

Lettera a Forbin-Janson, 28 ottobre 1814, E.O. VI n 2

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