PADRE NOSTRO: PAROLE CHE ABBIAMO COSI SPESSO SULLE LABBRA E COSI RARAMENTE NEL CUORE

Meditando sulla fuga in Egitto nel Vangelo, Eugenio è condotto a riflettere sulla sua relazione con Dio Padre. Le parole gli vengono facilmente per le eccellenti relazioni che ha con suo padre Charles Antoine; il sentimento di Eugenio di essere completamente a proprio agio con Dio Padre si trova in tutta la sua vita e nelle sue relazioni con i suoi “figli” della Congregazione Oblata come in quelle con i membri della Diocesi di Marsiglia.

Siccome Eugenio amava i suoi genitori allo stesso modo, fu lacerato dal loro divorzio e attese una riconciliazione che non arrivò mai. Non è sorprendente che qualcuno consideri Eugenio il patrono delle famiglie in difficoltà. Capiva le loro sofferenze e continua a capirle oggi.

Se la nostra fede fosse più viva diremmo con più fiducia questa parola che abbiamo così spesso in bocca e, cosa di cui aver paura, così poco nel cuore: Padre nostro che sei nei cieli. Questa parola che consola, che noi dovremmo pronunciare solo col sentimento del più tenero amore e di riconoscenza, è il fondamento di tutte le nostre speranze, il motivo maggiore che possiamo avere per abbandonarci senza preoccupazione a tutte le disposizioni della Provvidenza. Dal momento che Dio è nostro Padre, spetta a lui provvedere a tutti i nostri bisogni, a vegliare sui pericoli che ci minacciano, ecc.
Il nostro adorabile Salvatore che ne era il Figlio (non solo per adozione come noi, ma per generazione divina ed eterna) ci ha dato l’esempio delle conseguenze che dobbiamo trarre da questa sublime prerogativa. Tutta la sua vita è stata per noi un modello di questo abbandono filiale alla volontà di suo Padre.

Note di ritiro, dicembre 1814, E.O. XV n. 130

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OGNI MISTERO DELLA VITA DI GESÙ RIVELA UNA VIRTÙ PARTICOLARE

Durante i suoi Esercizi spirituali, basandosi sulle meditazioni di ritiro di p. Nepveu, Eugenio fa il resoconto di ciò che gli insegna la prima parte della vita di Gesù. Nella sua lettura quotidiana del Vangelo, voleva sempre imitare le “virtù ed esempi” di Gesù. Questa meditazione ci dà un buon esempio del suo stile.

Dopo aver, in modo generale, ideato il disegno di seguire e imitare il Salvatore, bisogna vedere, in particolare, in che cosa vuole che io lo imiti e quali sono i mezzi che giudica più adatti per riparare la gloria di suo Padre, il che è il disegno della sua Incarnazione, e quello a cui mi sarei dovuto impegnare nella precedente meditazione. E’ quanto vedremo negli esempi della sua vita nascosta. Ora, benché non ci sia nessun mistero, nella vita del Salvatore, che ci possa fornire gli esempi di tutte le virtù, sembra però che in ogni mistero vi rifulga una virtù particolare.
  • L’umiltà appare particolarmente nell’Incarnazione,
  • la povertà nella sua nascita,
  • la mortificazione nella circoncisione,
  • l’abbandono alla volontà di suo Padre nella fuga in Egitto,
  • l’obbedienza nella dipendenza che aveva nei confronti di Maria e Giuseppe durante i 30 anni della sua vita nascosta.
Sono le cinque virtù opposte ai ci nque principali ostacoli che impediscono il ristabilimento della gloria di Dio e del suo Regno nel cuore dell’uomo, cioè
  • all’orgoglio o all’eccessivo desiderio della gloria,
  • all’avarizia o all’insaziabile desiderio delle ricchezze,
  • alla sensualità o all’amore sregolato dei piaceri,
  • all’ambizione o alla troppa fretta per l’innalzamento o la grandezza,
  • infine allo spirito di indipendenza che fa sì che si voglia sempre seguire la propria volontà;
sono, dico, le cinque virtù direttamente opposte a questi cinque vizi che saranno l’oggetto delle meditazioni che seguono.

Note di ritiro, dicembre 1814, E.O. XV n. 130

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CHE CERCHI DI CONFORMARMI AL DIVINO MODELLO IN OGNUNO DEI MIEI ATTI

Eugenio continua a meditare su Gesù come modello.

A parte ogni metafora, sono stato peccatore, gran peccatore, e sono sacerdote. A parte non essermi sporcato con donne, disgrazia da cui la divina bontà mi ha preservato come per miracolo, ho seguito in tutto le massime di un mondo corrotto. Il male è stato commesso, il bene resta da fare. Quel che ho fatto finora non val la pena di essere segnalato. Il pubblico si sbaglia, sono molto ai di sotto dei miei doveri. Bisogna che faccia molto di più; e poi, quando avvicino la mia condotta a quella del mio modello, Dio mio! quanto ne sono ancora lontano! Orgoglio, impulsività, ricerca di sé…; come potrei dire: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me (Ga 2, 20)? Non c’è via di mezzo: se voglio essere simile a Gesù Cristo nella gloria bisogna che prima lo sia nelle sue umiliazioni e nelle sue sofferenze, simile a Gesù Crocifisso. Cerchiamo dunque di conformare in tutto la mia condotta a questo divin modello per poter rivolgere ai fedeli le parole di s. Paolo: i esorto dunque: siate miei imitatori. (1 Co 4, 16). Se queste parole non possono essermi applicate bisogna che rinunzi a regnare con Cristo nella gloria. »

Note di ritiro, dicembre 1814, E.O. XV n. 130

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SEGUIRE E IMITARE GESÙ CRISTO COME UN MODELLO

Alla fine della prima settimana del ritiro del 1814, Eugenio passa alla fase successiva : quella della meditazione sulla vita di Gesù e sul modo di poterla prendere a modello. Comincia questa serie di meditazioni con la classica: “Chiamata del Re”.

Dopo aver esaminato, nella prima settimana, qual è il nostro fine ultimo, e dopo aver visto e stigmatizzato i nostri sbagli, dobbiamo concepire un grande desiderio di entrare nella via della salvezza. Ma, per questo, abbiamo bisogno di una guida. Ed è questa guida che S. Ignazio ci dà nella seconda settimana in cui ci propone da imitare le virtù della vita di Gesù Cristo e, soprattutto, in questa prima meditazione del Regno di Gesù Cristo in cui ce la propone sotto la figura di un re che incita i suoi sudditi a seguirlo nel combattimento. 

Note di ritiro, dicembre 1814, E.O. XV n. 130

L’idea di meditare sulle « virtù ed esempi » della vita di Gesù costituisce una parte essenziale della spiritualità di Eugenio. Ogni mattina, nel corso della sua vita, la sua meditazione era una contemplazione del Vangelo. Da seminarista scrive un testo che fa vedere il suo metodo di contemplazione :

Similitudine del pittore che copia il modello.
Lo mette nella sua luce migliore,
lo guarda attentamente,
lo fissa,
cerca di imprimersi l’’immagine nello spirito,
traccia poi sul foglio o sulla tela qualche linea che confronta con l’originale,
le corregge se non sono esattamente conformi,
altrimenti continua…

Nota presa nel periodo del seminario. Archives de la Postulation O.M.I., Rome

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NON CENTRATO SUL PECCATO, MA SUL SALVATORE

Per Eugenio, l’importante non è il peccato, ma il Salvatore. Tre anni prima, nella sua meditazione di ritiro prima della sua ordinazione, ha scritto un testo magnifico su se stesso, uguale al figlio, prodigo, raggiunto e abbracciato da un Padre misericordioso. Tutta “l’esperienza del Venerdì Santo” si ritrova in queste parole ed era chiaramente presente nel 1814 al momento del ritiro che stiamo studiando.

Il figliol prodigo. Ahimè! non c’è stato mai nessuno a cui questa parabola si sia applicata meglio che a me.
Ho abbandonato la casa paterna, dove, mentre ci abitavo, ho colmato mio padre di amarezze d’ogni genere: ho sperperato il mio patrimonio, anche se non con le figlie di Babilonia, perché il Signore nella sua bontà inconcepibile mi ha sempre preservato da questa specie di sporcizia; ma, almeno, uscendo dalla casa di mio padre, ho abitato nelle tende dei peccatori.
Ho attraversato deserti aridi e, ridotto in mendicità, ho assaggiato e mi sono nutrito col cibo destinato ai porci di cui avevo scelto volontariamente la compagnia. Pensavo di ritornare da mio padre, da questo buon padre di cui avevo sperimentato così di frequente l’eccessiva tenerezza? No: è stato necessario che egli stesso, al colmo dei suoi benefici, venisse a togliermi, a strapparmi alla mia indifferenza, meglio ancora venisse a togliermi dal pantano in cui ero sprofondato e da cui era impossibile uscire da solo. Riuscivo a mala pena ppena talvolta a formulare il desiderio di buttar via i miei stracci per indossare di nuovo la veste nuziale.
Che accecamento! Sia sempre benedetta, mio Dio, la dolce violenza che vi siete deciso di farmi! Senza quel colpo maestro starei ancora marcendo nella cloaca in cui forse sarei morto; e in tal caso che ne sarebbe stato della mia anima? Mio Dio, non ho motivi da vendere per consacrarmi interamente al vostro servizio, offrirvi la mia vita e tutto quanto sono affinché tutto ciò che è in me venga usato e si consumi per la vostra gloria?
A quanti titoli vi appartengo? Non siete soltanto il mio Creatore e il mio Redentore, come lo siete di tutti gli uomini, ma siete il mio speciale benefattore perche mi avete applicato i vostri meriti in maniera tutta speciale; siete l’amico generoso, dimentico di tutte le mie ingratitudini, per aiutarmi così potentemente come se vi fossi stato sempre fedele; siete il mio tenero padre che ha portato sulle spalle questo ribelle, l’avete scaldato sul vostro cuore, l’avete ripulita delle sue piaghe, ecc.
Dio buono, Dio misericordioso, mille vite impiegate interamente al vostro servizio, sacrificate alla vostra gloria, sarebbero il compenso minimo che la vostra giustizia avrebbe il diritto di esigere da me. La mia volontà supplisca all’impotenza in cui mi trovo di restituirvi quel che riconosco di dovervi …

Note di ritiro, dicembre 1811, E.O. XIV n. 95

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MAI, PER CAMMINARE VERSO DIO, MI È STATA NECESSARIA L’IDEA DELL’INFERNO

Quando si leggono le meditazioni dei ritiri di Eugenio, si è tentati di pensare che ha un fascino debole per il peccato e la punizione. Durante questi tiriti, segue le meditazioni indicate da Ignazio e la prima settimana è incentrata sul peccato e su tutti gli ostacoli che impediscono alla persona di raggiungere il fine per cui Dio l’ha creata. Trovo aprticolarmente significativo che, il giorno in cui chi era in ritiro era invitato a meditare sull’inferno e sulle sue punizioni, Eugenio, nelle sue note, scrive solo il tema e lascia la pagina in bianco, probabilmente perchè non aveva meditato su questo tema.

Parla di questa ripugnanza tre anni prima, al momento del ritiro fatto proprio prima della sua ordinazione presbiterale, quando affronta il tema dell’inferno ed è stato incapace di andare oltre. Era l’amore di Dio per lui, non la paura, il motore della sua vita. Scriveva:

L’inferno. No, non mi trovo in condizione di poter gustare e profittare delle grandi verità che dovrebbero sconvolgere un’anima che ha commesso tanti peccati. Come ho notato altrove, la morte il giudizio l’inferno non sono cibo che si adatti al mio stato attuale. Spero di trovarmi in grazia di Dio e bisogna proprio che lo creda, dato che arrivo al momento e che accetto che mi si impongano le mani, consenziente il mio padre spirituale.
L’anima per quanto ampia sia, non è in grado di abbracciare tanti argomenti diversi; o, se non altro, non possono contemporaneamente produrre in lei uguale impressione.
Preoccupato in questo momento delle meraviglie straordinarie che la divina onnipotenza sta per operare in lei, mossa quasi esclusivamente da sentimenti di amore, è solo con estrema ripugnanza che lascia questa dolce occupazione per abbandonarsi al timore, allo spavento, ecc. Perciò inutilmente volevo collocarla in fondo all’inferno, nell’oscura prigione che la giustizia divina le aveva preparato; avevo un bel riempirla di pece, zolfo, fuoco divorante, verme roditore, demoni d’ogni tipo, ecc.; mi sentivo subito costretto a riprenderla ai piedi degli altari, vicino alla vittima innocente che tra breve immolerà per la remissione dei suoi peccati, ecc.
 Ecco, le dicevo, il luogo orribile dove le anime dei reprobi odiano Dio e non cessano di maledirlo, ecc. Non è fatto per me, mi rispondeva la mia anima, perché io amo questo Dio buono, questo Dio misericordioso più di me stessa, perché vorrei morire mille volte piuttosto che offenderlo, perché gli consacro la mia vita e tutto ciò che sono, che voglio impiegare e consumare al suo servizio.
Perché usare in compagnia dei demoni il po’ di tempo che mi resta per conversare col mio Maestro che si metterà in mio potere? Voglio ascoltare la sua voce, i suoi ordini, le sue ispirazioni, voglio nutrirmi del suo amore. Non capisco più il linguaggio della paura, solo l’amore opera potentemente in me. Bisogna che prepari una casa per colui che amo; l’amore, solo l’amore ne pagherà le spese.
D’altronde mai il pensiero dell’inferno mi è stato necessario per portarmi a Dio, mai mi sono potuto decidere a prenderlo in considerazione nei miei atti di contrizione. Quando dimenticavo il mio Dio non era la paura dell’inferno a trattenermi; ed ora che sono tornato a lui (per ben altra via che il timore dell’inferno), anche se non ci fosse l’inferno vorrei amare Dio e servirlo per tutta la vita.

Note di ritiro, dicembre 1811, E.O. XIV n. 95

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CHE SCUSE TROVERETE PER NON AVER MESSO IN PRATICA CIÒ CHE SAPETE DOMANDARE COSÌ BENE AGLI ALTRI ?

Pur meditando sul tema della morte al momento del suo ritiro, Eugenio riflette sulla sua condizione di prete davanti alla morte e sul principio della necessità di vivere quanto si predica.

E questi mezzi di salvezza trascurati. Questi sacramenti ricevuti e amministrati. Che vantaggio ne avevano tratto i santi, e voi, che uso ne avete fatto? Questa santa parola che avete predicato, quante belle verità avete annunciato lungo il vostro ministero? Voi scongiurate i peccatori di ritornare a Dio, ecc. Siete inesauribile nel dare consigli, che non rifiutate a nessuno, sul modo con cui avvicinarsi a questi sacramenti perchè siano utili, ecc. Al momento della morte vi ricorderete di aver parlato bene, di aver dato buoni consigli, ecc., ma che scuse troverete per non aver messo in pratica ciò che sapete dire così bene agli altri?…

Note di ritiro, dicembre 1814, E.O. XV n. 130

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AMO TROPPO I MIEI AMICI

Continuando la sua riflessione sulla morte e sui legami che gli impedirebbero di essere tutto di Dio davanti alla morte, Eugenio riflette sulle sue relazioni. La sua conclusione esmprime ciò che doveva essere importante durante tutta la sua vita: la necessità di amicizie profonde.

Davanti all’importanza che dava all’amicizia, è facile capire perchè la sua relazione con Gesù era, spesso, qualificata come “di amicizia”. Uomo del suo tempo, riflette anche questo atteggiamento comune al clero del diciannovesimo secolo sul ruolo delle donne e dei pericoli che potevano rappresentare per le vocazioni presbiterali!

Esaminandomi attentamente mi sembra di non scoprire in me legami di questa tipo. Tuttavia credo di dover sorvegliare il mio cuore troppo tenero, troppo affettuoso, troppo sensibile; non certo verso oggetti non leciti, anzi noto un’eccessiva repulsione verso le donne per sentirmi in dovere di esaminare a lungo le mie relazioni indispensabili, serie e fredde verso di esse: si tratta invece degli amici a cui voglio troppo bene, all’amicizia, alla tenerezza a cui, mi sembra, dò troppo valore.

Note di ritiro, dicembre 1814, E.O. XV n. 130

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SE FOSSI MORTO NELLO SCORSO MESE DI MARZO QUANDO LA MALATTIA MI HA CONDOTTO SULLA SOGLIA DELLA MORTE, NON SI PARLEREBBE PIÙ DI ME

 Il terzo giorno del suo ritiro con gli Esercizi Spirituali di S. Ignazio, Eugenio è invitato a meditare sulla morte. Lo fa ricordandosi, in modo molto vivo, di come aveva rischiato di morire durante lo stesso anno. La sua fertile immaginazione si entusiasma quando descrive, in modo avvolgente ed esagerato, tutto ciò che gli sarebbe capitato dopo la morte. Tutto lo conduce a concludere che tutto ciò che non è per Dio è vanità.

Se fossi morto nello scorso mese di marzo quando la malattia mi ha condotto sulla soglia della morte, non si parlerebbe più di me.
Nemmeno uno di quelli che mi rivolgono la parola, che mi testimoniano la loro stima e anche il loro affetto, nemmeno uno penserebbe a me. Bisognerebbe, anche per gli stessi miei più intimi, perché pronunciassero ancora una volta il mio nome, che un avvenimento estraneo ricordasse loro il fatto della mia esistenza. E siamo a dicembre, cioè sarebbero passati solo nove mesi dalla mia morte… Né ci sarebbe bisogno di tanto per far scomparire la minima traccia della mia esistenza quaggiù. Due giorni dopo la mia sepoltura, dico forse anche troppo, mi avrebbero dimenticato. Ciò sarebbe avvenuto magari il giorno stesso senza quell’interesse straordinario che la mia malattia aveva diffuso tra la gente: dico due giorni dopo proprio per questa notevole circostanza. Avrebbero fatto pazzie il giorno del mio seppellimento e, mentre io non so nemmeno che cosa sarebbe stato della mia anima, avrebbero ritenuto il mio corpo quello di un santo; presto però vermi e putredine avrebbero fatto giustizia di un mucchio di rifiuti, strumento di tanti peccati; non sarebbe ancora completamente stato divorato dai vermi, non sarebbe ancora svanito il fetore orrendo emanato da quella cloaca immonda e sarebbero anche venuti a ballare sulla mia tomba.
Ebbene, cosa dice il mio cuore davanti a queste considerazioni giuste e indiscutibili? Sopporterebbe l’idea di questo totale, si adatterebbe all’idea che quanti gli dimostrano più affetto lo dimenticherebbero come gli altri dopo pochi giorni? Si, cuore troppo sensibile, troppo propenso ad amare, sarai dimenticato completamente, anche da coloro che ami così teneramente. E’ sicuro.

Note di ritiro, dicembre 1814, E.O. XV n. 130

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BISOGNA CHE SIA SANTO PERCHÉ, SENZA QUESTO, SAREBBE INUTILE TENTARE LA CONVERSIONE DI QUALCUNO

Avendo riflettuto sulla propria esperienza, la meditazione di Eugenio, durante il suo ritiro, lo porta a interrogarsi sulla sua condizione di prete e sulla necessità di condurre gli altri verso la stessa conversione mediante la qualità del suo sacerdozio.

 Ma per dedicarmi alla salvezza delle anime è necessario che io sia santo, molto santo:
1) perché senza di questo sarebbe inutile tentare la conversione di chicchessia. Come dare quel che non si ha? Bisogna donare a partire dalla propria sovrabbondanza
2) Una virtù mediocre non si sosterrebbe in mezzo al mondo, anche vivendoci come vivo io. Bisogna assolutamente che lo splendore delle virtù di un sacerdote sia  così fulgido da disperdere tutte le esalazioni che l’avvolgono, capace di penetrare le nuvole più fitte.
Non mi son detto forse questo entrando nello stato ecclesiastico?, accostandomi a quel sacerdozio che avrei dovuto saper vedere solo da lontano, da molto lontano. Perciò non ce ne dimentichiamo. Profittiamo di tutti i mezzi che Dio ci offre per giungere al fine del nostro sacerdozio: la perfezione.

Note di ritiro, dicembre 1814, E.O. XV n. 130

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