VOCAZIONE: DOBBIAMO FORMARE UN NUCLEO PRONTO A DARE LA VITA E CHE DIVENTI A SUA VOLTA FONTE DI VITA PER GLI ALTRI

Continuando a riflettere sulla lettera di invito a Hilaire Aubert, arriviamo ad un concetto centrale del pensiero e dell’azione di Eugenio: formare un gruppo che diventi una cellula generatrice di vita per il mondo. Eugenio usa la parola noyau, che descrive un gruppo capace di essere fonte di vita per gli altri, come il nucleo in un gruppo di cellule, o il seme in un frutto, insomma il centro di qualcosa di vivo e vitale. Quando aveva iniziato con l’associazione dei giovani di Aix, il suo scopo era di formare giovani che fossero lievito nella società della città. Allo stesso modo i missionari : un gruppo scelto di persone che sarebbe divenuto fonte di vita per gli altri.

Se potessimo costituire un nucleo, molto presto vedremmo raccogliersi attorno a noi le persone più zelanti della diocesi.
Pensateci in presenza di Dio. Voi sapete che per far del bene nelle nostre terre bisogna esser del posto, gente che sappia la lingua.
E non dubitate: nella nostra Congregazione ci faremmo santi, liberi ma uniti coi vincoli della carità più tenera, sottomessi fedelmente alla Regola che ci saremo imposti, ecc

Lettera a Hilaire Aubert, 1815, E.O. VI n 3

(Nota: Hilaire Aubert non è mai diventato Missionario di Provence)

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VOCAZIONI: IL BENE CHE VOGLIAMO OTTENERE È RIMEDIO A MALI PIÙ URGENTI

È giunto il momento per Eugenio di iniziare ad invitare altri ad entrare nel suo progetto missionario. Come membri della famiglia mazenodiana, sia laici che religiosi, anche noi siamo invitati a cogliere in questi testi vocazionali qualcosa sulla nostra stessa chiamata a vivere il battesimo secondo lo spirito di Eugenio.

In questa lettera Eugenio invita Hilaire Aubert, direttore del seminario di Limoges, a seguirlo mostrandogli le principali motivazioni dell’esistenza del nuovo gruppo: la situazione religiosa veramente tragica in cui versavano i poveri e lo scarso numero di missionari disposti ad aiutarli predicando e lottando il male. La situazione odierna continua a porci davanti alla stessa chiamata.

Il bene che vogliamo ottenere è rimedio a mali più urgenti; meno persone se ne interessano, più è indispensabile occuparsene.
Si tratta di radunarci in pochi sacerdoti per predicare ininterrottamente missioni un po’ dappertutto, in questa diocesi e in quelle circonvicine Vogliamo fare in piccolo, ma con uguali vantaggi, quel che molto più in grande s’intende compiere a Parigi. Vorremmo far le cose senza rumore, ma quali colpi assesteremmo all’inferno!
Oh! caro amico, se voleste far parte del gruppo, potremmo cominciare dal vostro paese dove la religione è quasi spenta come in infinite altre località: oserei dire che siete necessario.

Lettera a Hilaire Aubert, 1815, E.O. VI n 3

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MI LUSINGO CHE IN AVVENIRE QUALCHE PAPA BEATIFICHERÀ MIO FIGLIO…

Nella lettera a suo padre Eugenio gli aveva raccontato della sua iniziativa di mettere insieme un gruppo di missionari:

… vorrebbe essere una comunità di missionari destinati a battere le campagne per riportare quelle popolazioni ai sentimenti religiosi quasi completamente repressi. Ci sistemeremo dov’era il vecchio convento delle carmelitane per poi di lì iniziare le corse apostoliche. I giornali si son presi la briga di parlarne e han detto di me diffusamente portandomi come il fondatore dell’opera…

Lettera a Charles Antoine de Mazenod, 8 novembre 1815, E.O. XIII n.1

Nella risposta del Presidente de Mazenod del 27 febbraio 1816 troviamo due interessanti “sprazzi profetici”. Innanzitutto parla della fondazione dei redentoristi di Alfonso Liguori, realizzando appena l’influenza che l’esempio di questo gruppo avrebbe avuto nella nuova fondazione del figlio, e che Eugenio lo avrebbe coinvolto nella traduzione in francese della biografia di Alfonso. In secondo luogo, il pensiero benaugurante del padre (detto in tono scherzoso?) sulla beatificazione del figlio- che si sarebbe realizzata 160 anni più tardi!

Esiste anche qui un’associazione di santi sacerdoti con lo scopo di predicare missioni nei dintorni, e sembra che operino un gran bene. C’è anche un’istituzione più o meno uguale alla tua di Missionari detti del Redentore, stabilitisi all’Uditore. Hanno per fondatore mons. Liguori, vescovo di S. Agata nel regno di Napoli, morto in odore di santità e di cui per ordine del papa si tratta a Roma in vista della beatificazione. Mi lusingo che in avvenire un Sommo Pontefice dia i medesimi ordini in favore di Carlo Giuseppe Eugenio; ma in attesa avrei desiderato che mi mandassi i giornali che parlano della tua istituzione e di te…

(Originale nella biblioteca Méjanes, Aix)

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FINANZE: DOBBIAMO AVERE ASSOLUTA FIDUCIA NELLA DIVINA PROVVIDENZA

Il padre di Eugenio era ancora a Palermo quando suo figlio gli scrive per informarlo del suo progetto missionario. Eugenio gli chiede anche di cercare dei benefattori tra la nobiltà siciliana. Egli crede fermamente che la divina provvidenza renderà possibile la sua fondazione, anche se questo non significa mettersi seduti ad aspettare che l’aiuto cada dal cielo. Egli sa che deve lavorare duramente per trovare i mezzi necessari a finanziare i missionari, ma è sempre accompagnato dalla convinzione che Dio avrebbe provveduto attraverso altre strade.

Ecco un estratto di una lettera di Eugenio a suo padre seguita dalla risposta di quest’ultimo.

Avrei una gran voglia di scrivere a Francesco [ed. un figlio del duca di Cannizzaro] perché mi molli un po’ di denaro a beneficio dell’istituzione che intendo metter su a Aix a vantaggio della Provenza: vorrebbe essere una comunità di missionari destinati a battere le campagne per riportare quelle popolazioni ai sentimenti religiosi quasi completamente repressi. Ci sistemeremo dov’era il vecchio convento delle carmelitane per poi di lì iniziare le corse apostoliche. I giornali si son presi la briga di parlarne e han detto di me diffusamente portandomi come il fondatore dell’opera. La cosa più sicura intanto è che io l’ho progettato senza avere un soldo, il che suppone una gran fiducia nella Provvidenza. Se i vostri ricconi di Palermo volessero dare una mano sarebbe l’azione più bella che potrebbero compiere. Non si ha idea delle necessità della povera gente! Addio, vi abbraccio di nuovo.

Lettera a Charles Antoine de Mazenod, 8 novembre 1815, E.O. XIII n.1

Il Presidente de Mazenod ha risposto il 27 febbraio 1816:

Poco importa che tu abbia creato la tua opera senza alcun capitale; Dio che ne vede l’utilità e conosce la limpidità delle tue intenzioni, saprà procurartelo. Mi dispiace però di doverti prevenire che non hai nulla da aspettarti da coloro che tu chiami i ricconi di Palermo perché, a eccezione di pochissime persone, io non mi vedo intorno che gente carica di debiti e di tasse.

(Originale nella biblioteca Méjanes, Aix)

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FINANZE: AL SERVIZIO DELLA MISSIONE

Continuando la lettura delle vivaci lettere di Eugenio al suo amico Forbin Janson, arriviamo al punto pratico per cui ogni sogno deve essere basato su mezzi pratici che possano realizzarlo. Ecco dunque solo alcune delle questioni: come pagare la casa? come pagare il sostentamento dei missionari? Come assicurare la realizzazione delle attività missionarie da un punto di vista materiale?

Per fortuna Eugenio aveva ricevuto in prestito del denaro dalla sua famiglia, ma non era abbastanza, e avrebbe dovuto restituirlo entro un anno. Con aria pensierosa, e io immagino anche con un sorriso, Eugenio si chiede a quale santo potrà rivolgersi per ottenere aiuto…
Eccoti la mia vicenda; ma il lato umoristico è che tutto è avvenuto senza che io fossi trattenuto dal pensiero che non avevo un soldo. La Provvidenza, a prova che non mi sbagliavo, mi ha mandato subito dodici mila franchi prestatimi per quest’anno senza interessi. Dimmi tu come potrò rimborsarli; ma ho concluso un affare d’oro perché tutto l’edificio, comprese le riparazioni della chiesa, mi costeranno 20.000 franchi. Dove troverò il denaro? Non so.
Intanto i missionari mi straziano chiedendomi di cominciare domani stesso: ho un bell’insistere che bisogna avere il tempo necessario per sistemare le stanze e rendere la casa abitabile; ripetono che passerà troppo tempo.
 Poi, una volta in comunità, come troveremo i mezzi per vivere? Dovrò raccomandarmi a S. Gaetano Tiene il quale sonava la campana e la gente portava da mangiare.
Per ora siamo in quattro, senza contare Deluy che appena quindici giorni fa hanno mandato in una parrocchia. Da questi quattro ho assicurati mille franchi di contribuzione: basteranno per due; un terzo mi ha detto che ha giusto giusto per vivere; al quarto penserà certamente il Signore. Voi come fate a Parigi? A quale santo vi affidate?

Lettera a Forbin Janson, 23 ottobre 1815, E.O. VI n.5

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IL SOGNO CARISMATICO DI EUGENIO TROVA UNA CASA

Eugenio continua a descrivere i suoi “sforzi per la fondazione” all’amico Forbin Janson. Aveva bisogno di una casa grande e di una proprietà in grado di ospitare i circa 300 giovani che incontrava ogni giovedì e ogni sabato per la preghiera, l’istruzione e i giochi. Allo stesso tempo aveva bisogno di una casa grande abbastanza per ospitare i futuri membri del gruppo missionario che voleva fondare e con cui avrebbe condiviso il ministero in cui era impegnato.

Accanto alla proprietà della sua famiglia, alla periferia di Aix, vi era una grande convento dei frati minimi, messo in vendita con una chiesa antica e con grandi terreni. All’ultimo momento, proprio mentre stava per concluderlo, l’affare gli era stato soffiato! Eugenio sposta allora la sua attenzione all’ex-convento delle carmelitane, situato al centro della città. È qui che la visione carismatica di Eugenio sarebbe diventata una realtà.

Ed ecco la situazione di oggi, senza entrare nei preliminari che sarebbe lungo narra-re. Il convento dei Minimi era in vendita e poiché l’edificio rispondeva perfettamente alle nostre mire pensavo che non bisognasse lasciarselo sfuggire. Credetti doveroso comprarlo e affrontai fatiche incredibili, senza alcun esito: le religiose del SS. Sacramento con una gherminella ben congegnata me lo soffiarono garbatamente. Per trattare avevo interessato alcuni sacerdoti che io credevo ben disposti per l’opera, e lo sono infatti; e quando fui mes-so fuori, costoro non si diedero per vinti. Vergogna o scrupolo di lasciar spegnere il fuoco, cercai di avere l’unico locale che in città rimaneva per accogliervi una comunità. Ebbi un successo inatteso: in un solo incontro affare fatto; ed io mi son trovato proprietario della gran parte del vecchio convento delle Carmelitane, situato in capo al Corso con accanto una chiesa molto graziosa; un po’ mal ridotta a dir vero, ma che potrebbe mettersi in sesto con meno di cento luigi. 

Lettera a Forbin Janson, 23 ottobre 1815, E.O. VI n.5

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SALDO NEI SUOI SCOPI MISSIONARI: SERVIRE I PIÙ BISOGNOSI E IN UN LINGUAGGIO CHE ESSI COMPRENDONO

Queste riflessioni cronologiche mostrano gli inizi della nostra famiglia, i missionari di Provenza, conosciuti più tardi come Missionari Oblati di Maria Immacolata.

Forbin Janson aveva invitato Eugenio ad entrare nel suo gruppo di predicatori missionari, i missionari di Francia, che predicavano in Francese e in tutta la Francia. In questo breve brano Eugenio spiega la motivazione sua e dei suoi futuri compagni  rispetto alla necessità di predicare in provenzale a beneficio degli abitanti abbandonati delle campagne della Provenza. Tuttavia, Eugenio evidenzia che ci sarebbe nessun problema rispetto ad un eventuale fusione dei due gruppi missionari, che di fatto condividono lo stesso scopo. La fusione non avvenne mai, sebbene i due gruppi lavorassero insieme nel 1820 per le predicazioni missionarie nelle città di Aix e di Marsiglia. In queste due occasioni, i missionari di Provenza rimasero fedeli al loro spirito, predicando soltanto nelle parrocchie più povere e lasciando quelle più ricche ai missionari di Francia.

Non ho il coraggio di dirti quanto ho scritto dopo che m’impiccio di questa faccenda che tu giustamente chiami nostra, perché sai bene che il mio pensiero è di fare delle due una sola opera. Attualmente però, appena agl’inizi, bisognava dare a intendere che avevamo in comune soltanto il nome, allo scopo di non allarmare i superiori e gli stessi missionari i quali, fatta eccezione di Deluy (poi non entrato nella Società), non volevano mettersi a viaggiar né a lavorare fuori diocesi, tranne in quelle limitrofe dove si parla il provenzale. Spiegate ogni cosa al signor Rauzan (ed. sup. gen. dei Missionari di Francia).

Lettera a Forbin Janson, 23 ottobre 1815, E.O. VI n.5

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RIFLETTENDOCI MI PARE CHE SIA IL SIGNORE A METTER FINE ALLE MIE TERGIVERSAZIONI

Essendo stato spinto dalla grazia di Dio a prendere la decisione di dar vita ad un gruppo di missionari, Eugenio si tuffa ora in un turbinio di attività volte a realizzare il suo sogno, teatralmente descritte come “la cazzuola in una mano e la spada nell’altra” perché da una parte costruisce una nuova realtà e dall’altra deve combattere le opposizioni.

È interessante la sua allusione agli israeliti che ricostruiscono la città di Gerusalemme dopo l’esilio- infatti è dopo l’esilio della chiesa causato dalla rivoluzione e da Napoleone, che Eugenio aveva inteso lo scopo del suo ministero condiviso con quello della Restaurazione

Ora mi ci trovo dentro fino al collo; e ti assicuro che in queste circostanze io divento un altro. Non mi chiameresti più culo di piombo (cul de plomb) se vedessi come mi do da fare; merito quasi di esserti messo accanto, tale è la mia intraprendenza. Fremo nel mio intimo perché non ho un attimo di riposo; ma non per questo agisco malvolentieri. Son quasi due mesi che combatto a mie spese, ora allo scoperto ora al coperto, con la mestola in una mano e la spada nell’altra, a somiglianza di quei buoni israeliti che ricostruivano Gerusalemme. Anche la penna fa il suo lavoro: non ho il coraggio di dirti quanto ho scritto dopo che m’impiccio di questa faccenda…

Lettera a Forbin Janson, 23 ottobre 1815, E.O. VI n.5

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CHE STO PRENDENDO UNA DETERMINAZIONE SERISSIMA COME SPINTO DA UNA POTENTE FORZA ESTRANEA

Con la definitiva caduta di Napoleone, la strada era finalmente aperta ed Eugenio poteva realizzare il suo sogno di una comunità missionaria che lavorasse alla restaurazione di Dio nelle vite dei più abbandonati. Eugenio vede una forza sovrannaturale dietro la sua decisione finale di intraprendere questo progetto. Dice che è la seconda volta che è spinto a fare qualcosa come da una forza esterna- la prima volta è stato quando ha deciso di cambiare radicalmente il suo stile di vita ad Aix e di entrare in seminario.

E adesso mi domando: a me che finora non ero incline a prendere decisioni in proposito, com’è accaduto di trovarmi improvvisamente con questa macchina in moto, impegnato a sacrificare la mia quiete, a rischiare i miei beni per un’opera di cui valutavo tutta l’importanza ma senza sentirmene attratto, sviato da mire diametralmente opposte? È un fatto nuovo, ed è la seconda volta in vita mia che mi accorgo di prendere una determinazione serissima come spinto da una potente forza estranea. Riflettendoci mi pare che sia il Signore a metter fine alle mie tergiversazioni.

Lettera a Forbin Janson, 23 ottobre 1815, E.O. VI n.5

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