DOVE SIAMO? LA STORIA DI EUGENIO È LA STORIA DI CIASCUN MEMBRO DELLA FAMIGLIA MAZENODIANA

Avendo trascorso così tanti mesi sul tema delle missioni parrocchiali, penso che sia importante fermarsi e ri-focalizzarsi sulla direzione presa finora. Sant’Eugenio ci sta parlando su questo blog da Maggio 2010. Poiché era l’anno sacerdotale, ho iniziato a riflettere sui testi di Eugenio legati al sacerdozio. Da lì era naturale iniziare a guardare come il neo-ordinato Eugenio ritornò a Aix e mise all’opera il suo sacerdozio.

La nostra lettura cronologica dei brani tratti dai suoi scritti ci invitava ad accompagnarlo nel suo viaggio seguendo l’evoluzione della volontà di Dio per lui. Rispondendo alla chiamata di Dio attraverso eventi e persone, il ministero di Eugenio si estese ai poveri della Provenza, ai detenuti, ai giovani, ai seminaristi, e a coloro che vivevano in uno stato di abbandono nei villaggi della Provenza. Nel 1815 egli capì che era stato chiamato a invitare altri a condividere il suo viaggio – e così abbiamo scoperto la fondazione dei Missionari ed il loro primo ministero in qualità di gruppo, la missione a Grans. Pregare le missioni era il ministero principale degli Oblati, e così ho sentito che era importante studiare in dettaglio questo ministero.

Ora ritorneremo ai primi mesi del 1816 e continuiamo il viaggio con Eugenio…

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VALUTAZIONE DELLE MISSIONI POPOLARI: QUANTO SONO BELLI PER UN PASTORE I GIORNI DELLE CELEBRAZIONI CONCLUSIVE DELLE MISSIONI

Courtès, coinvolto intimamente insieme al fondatore fin dall’inizio, racconta nostalgicamente che le missioni dei loro primi tempi come missionari non furono mai superate. (H. Courtès, Mémoires, citate in RAMBERT, Volume I, p. 228)

Era l’entusiasmo di qualcosa di nuovo – un gruppo di uomini che provava l’eccitazione di vedere che il loro ideale funzionava, e il senso di meraviglia nel percepirne i risultati. Ad ogni nuova missione i loro ideali si trasformavano e si rafforzavano. Eugenio partecipò alle missioni fino al 1823 e durante questi anni proiettò nelle missioni tutta la particolarità della sua visione e del suo stesso spirito.

Successivamente, impegnato a tempo pieno come superiore Generale, sebbene a distanza, continuava a seguire le missioni nel dettaglio, fino a quando la Congregazione divenne un impegno così grande da non permettergli più di essere effettivamente coinvolto.

Il suo interesse per le missioni non era limitato agli Oblati, ma si estendeva a tutta la sua Diocesi. Come vescovo di Marsiglia incoraggiava attivamente le missioni popolari, e arrivò a scrivere una Lettera pastorale alla sua Diocesi chiedendo che venissero realizzate regolarmente. Quando era stato un giovane prete aveva riconosciuto l’importanza delle missioni popolari e aveva dedicato la sua vita a questo ministero – ora, 30 anni dopo rimaneva convinto di questa posizione. In un bellissimo passaggio del suo diario del 1846 scriveva della sua gioia nel partecipare alle celebrazioni di una missione come vescovo della sua Diocesi:

[Chiusura della missione a St. Antoine] Queste chiusure delle missioni sono bei giorni per un vescovo! Che non mi si dica nulla per il fatto che non rifiuto mai di essere presente. Vedere una parrocchia riconciliata con Dio, una parrocchia che riceve dalle mani del suo pastore il corpo di Gesù Cristo; rivolgere parole edificanti a questa parte del mio gregge, compiere così il grande dovere della predicazione imposto ai vescovi, dare la confermazione a uomini che, senza questo, non la riceverebbero mai, è una consolazione che ripaga ogni fatica. Crederei di commettere un peccato mortale se, potendo dare così facilmente il Santo Spirito e fare perfetti cristiani, mi astenessi, per ragioni frivole, dal cedere al desiderio delle anime che mi sono affidate.

Journal, le 22 mars 1846, E.O. XXI

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VALUTAZIONE DELLE MISSIONI POPOLARI: ATTRAVERSO IL NOSTRO MINISTERO VEDIAMO ACCADERE MIRACOLI

Siamo stati costituiti soprattutto per convertire le anime e Dio ce lo ha dimostrato, dopo tanti anni che annunciamo le sue misericordie ai peccatori, operando miracoli per mezzo del nostro ministero. È questo il sigillo della sua approvazione.

Note de ritiro, octobre 1826, E.O. XV n.157

La predicazione missionaria era il motivo principale dell’esistenza degli Oblati, ed è per questo che essi vi si dedicavano generosamente, convinti di essere cooperatori dello stesso Salvatore e Suoi strumenti di co-redenzione. Il solo fatto che durante la vita di Eugenio venissero realizzate circa 3000 missioni in Francia basta a testimoniare la convinzione degli Oblati circa la loro utilità e della necessità di dedicarvi la vita.

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VALUTAZIONE DELLE MISSIONI POPOLARI: DOVUNQUE ACCADONO MERAVIGLIE

Gli scritti dei missionari mostrano che non tutte le missioni erano un completo successo, sebbene nella maggioranza dei casi si trattasse di esempi superlativi della manifestazione della Grazia di Dio.

Le lettere che ricevo da dove han luogo le missioni — ce ne sono cinque in atto, in diverse diocesi — sono d’immensa consolazione; prodigi dappertutto.

Lettera a Hippolyte Courtès, 20 gennaio 1837, E.O. IX n. 602

La motivazione primaria delle missioni predicate in Francia rimase il significato primario di tutte le attività missionarie degli Oblati in qualunque altro posto. Le circostanze li portarono a cambiare approccio e attività in risposta a situazioni differenti, ma la spinta ad essere i co-operatori di Cristo Salvatore nel condurre i poveri e i più abbandonati alla salvezza non è mai cambiata.

Credo che non ci sia una congregazione nella Chiesa che offra uno spettacolo così impressionante: tutti i suoi membri impegnati contemporaneamente in diversi paesi e nei due mondi per riportare anime a Dio in una guerra implacabile contro l’inferno. Missioni nelle diocesi di Marsiglia, di Fréjus, di Aix, di Avignone, di Valenza, di Grenoble, di Ajaccio, in Inghilterra, in Irlanda, in Canada, negli Stati Uniti: è una meraviglia!

Lettera a Hippolyte Courtès, 4 gennaio 1843, E.O. X n. 785

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MISSIONI POPOLARI: IL RITORNO DEI MISSIONARI PER MANTENERE LO SLANCIO DELLA MISSIONE

Nel periodo successivo alla missione, dopo un certo tempo, i missionari ritornavano a visitare il villaggio in modo da riaccendere l’entusiasmo della missione:

Si ritornerà, nel paese in cui si è fatta una missione, al più tardi quattro o cinque mesi dopo per svolgervi qualche esercizio religioso, ma dovrà essere più corta della missione e vi si impiegherà un minor numero di persone. Attraverso questo mezzo, si consolideranno i frutti prodotti dalla Missione.

Regola del 1818, prima parte, capitolo 2, §1, articolo 12

Queste visite non sembra fossero organizzate, ma venivano svolte quando era possibile.

Sevrin dice che l’obiettivo del ritorno di missione era accertarsi se:

Le impressioni ricevute e le risoluzioni prese avesse sobbuto qualche qualche scarto: se i converitti perseveravano, se avevano fatto la loro Pasqua; se i balli e il cabaret non avevano trovato di nuovo la loro clientela; se regnavano sempre la apce e l’unione; infine, punto capitale, se le associaizoni di pietà o di carità rimanevano ferventi e regolari.

SEVRIN, Les missions, I, p. 341

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MISSIONI POPOLARI: ASSICURARE STRUTTURE DURATURE PER FAR RISPETTARE LA GIUSTIZIA

La preoccupazione dei missionari di prolungare gli effetti della missione nella vita quotidiana si vede bene nell’impegno che essi mettevano nel far da mediatori nelle dispute provocate dall’acquisizione della proprietà statale.

Prima della rivoluzione la maggior parte della terra francese era di proprietà della Chiesa o della nobiltà. Durante la rivoluzione queste proprietà erano state confiscate, divenendo proprietà dello Stato, e vendute ad altri – una situazione complicata ulteriormente dall’emissione di cambiali che col passare del tempo avevano perso ogni valore. Enormi le dispute esplodevano allorché i proprietari originari reclamavano la restituzione o quando si reclamavano cambiali ormai quasi prive di valore. Si trattava di una questione di giustizia che esigeva una risposta evangelica per una situazione difficile e delicata.

Eugenio inserisce questo tema in una predica durante la missione di Marignane:

Conferenza sulla restituzione: nessuna difficoltà nel chiarire il caso dei beni venduti dallo stato, ma ci si è astenuti dal profferire il nome di emigrato; uguale franchezza nell’esigere la restituzione in “assegnati”.

Diario della missione a Marignane, 4 dicembre 1816, E.O. XVI

La corrispondenza dei missionari gli fa eco:

è avvenuto un grande numero di restituzioni e molti casi le dispute si sono risolte positivamente.

Lettera di Hippolyte Guibert a Henri Tempier, 16 dicembre 1825
in PAGUELLE DE FOLLENAY, Vie du Cardinal Guibert, p. 180.

A S. Pierre, dove “molti degli abitanti hanno acquistato proprietà emigrate”, Padre Mye ha risolto ogni cosa amichevolmente” con i proprietari per diritto che erano disponibili a richiedere sono quanto fosse giusto. In tal modo, se coloro che occupavano la proprietà confessavano di averla acquisita in mala fede potevano soddisfare i loro obblighi religiosi”.

Citato da Simonin “Cronache della casa del Laus”1818-1841″, in Missions, 35 (1897), pp. 214-15

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MISSIONI POPOLARI: ASSICURARE STRUTTURE PERMANENTI PER FAR FRONTE A QUESTIONI PRATICHE

Per far si che le relazioni tra gli abitanti dei villaggi fossero armoniose nella quotidianità, i missionari stabilivano i “Buoni Uffici”. In tal modo, durante la missione di Barjols, per esempio, Eugenio ci racconta che:

Persone sono riconciliati pubblicamente e spontaneamente ai piedi della Croce. È meraviglioso.

Lettera a Fortuné de Mazenod, 22 novembre 1818, E.O. XIII n. 20

Le lettere in cui gli Oblati descrivono la loro esperienza nei villaggi ci mostrano l’importanza di questo strumento pratico. Se ne trova un esempio nel racconto della missione di Rouviere:

è stato sospeso uno scandaloso caso di controversia tra un padre e un figlio; in effetti siamo stati noi a scrivere la lettera per fermare il procedimento. Padre e figlio erano in lacrime e si abbracciavano a vicenda.

Lettera di Hippolyte Guibert a Henri Tempier, 16 dicembre 1825 in
PAGUELLE DE FOLLENAY, Vie du Cardinal Guibert, p. 180

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MISSIONI POPOLARI: NEL POST MISSIONE ASSICURARE DELLE STRUTTURE PERMANENTI PER LA VITA QUOTIDIANA

Una volta passata l’euforia della missione, quando la gente ritornava alle occupazioni quotidiane, vi era il rischio che tutti i risultati raggiunti venissero a poco a poco dimenticati. Il fatto che i parroci venissero coinvolti nella missione e nelle confessioni assicurava una certa continuità. Inoltre, approfittando dell’entusiasmo della missione, gli Oblati stabilivano alcune strutture che garantissero la continuazione dell’opera.

Una delle strutture a cui davano maggiore importanza era l’associazione delle ragazze, mirante a costituire un gruppo di supporto che le avrebbe aiutate a vivere castamente. Associazioni simili venivano create per gli uomini, in modo da dar vita a spazi di incontro e ricreazione che li tenessero lontani dai bar e dagli altri luoghi in cui potevano cadere in tentazione.

Un tentativo del genere si trova in un avviso, stampato e distribuito dopo la missione nel villaggio di Remollon nel 1819

REGOLAMENTO PER GLI ALBERGI, BAR E CABARET DELLA PARROCHHIA DI REMOLLON
Profondamente convinti dei loro doveri come cristiani, gli albergatori, i proprietari di bar e di cabaret, hanno deciso, unanimemente, che, da questo momento, condurranno i loro affari in modo che non possa compromettere la loro coscienza.
Di conseguenza si impegnano davanti a Dio.
1) a non servire mai la carne nei giorni in cui la Santa Chiesa prescrive l’astinenza;
2) a proibire a chiunque di cantare canzoni oscene o lascive nei loro cabaret, alberghi o bar rispettivamente
3) a non ammettere mai, nei loro esercizi, persone che bestemmiano contro Dio, dicono delle empietà o che usano un cattivo linguaggio
4) a non permettere mai che si giochino dei giochi proibiti
5) a rifiutare, con tenacia, di versare vino a coloro che vogliano bere in eccesso
a chiudere, puntualmente, i loro alberghi, bar o cabaret durante le celebrazioni divine e durante le ore prescritte dall’amministrazione civile e a non ammettere mai chiunque durante queste ore. Eccezion fatta per gli alberghi che potranno ricevere estranei di passaggio.
I presenti articoli saranno esposti nel Santuario di Notre Dame du Laus come un perpetuo memoriale della sincera, efficace e immutabile volontà degli alberghieri, proprietari di bar e cabaret di Remollon che rispettano le Sante leggi di Dio e della Chiesa.

Remollon, durante la Missione, il secondo giorno di febbraio dell’anno 1819

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MISSIONI POPOLARI: L’IMPORTANZA DEL CANTO

La parte finale del libro delle preghiere e degli inni era costituita da inni in provenzale, che descrivevano i temi principali della missione ed insegnavano il Credo, i comandamenti di Dio e della Chiesa e molti altri temi del catechismo. In tal modo, cantandoli ripetutamente, potevano essere appresi e ricordati.

I canti avevano dunque un ruolo chiave nella missione ed Eugenio voleva che fossero istruttivi e concreti:

… Durante le missioni vi raccomando i canti col ritornello… perché il popolo possa ripeterlo. Esigo che ci siano ritornelli che la gente possa cantare, nient’altro. Non c’è nulla di più stucchevole del sentire alcune voci isolate che vi annoiano coi loro alti e bassi senza che si arrivi a capire una parola di quelle che ripetono. In tal caso la musica invece di portare a Dio le anime, le allontana. Invece di pregare durante momenti così preziosi ci si addormenta; magari si preferisce pregare fervorosamente senza sentirsi distrarre dal canto. Perciò vorrei sopprimere, durante le missioni, ore di adorazione e in genere, canti il cui ritornello non può esser ri¬petuto da tutta l’assemblea dei fedeli. Ci tengo dunque ai canti col ritornello, perché bisogna che durante la missione tutto il popolo canti. Via pure dalle nostre rac-colte di canti espressioni d’amore ridicole e fuori luogo: si richiedono strofe espressive che portino alla devozione

Lettera a Jean-Baptiste Mille, 6 aprile 1837, E.O.IX n. 611

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MISSIONI POPOLARI: IL LIBRO DEGLI INNI E DELLE PREGHIERE COME STRUMENTO PER RAFFORZARE I FRUTTI DELLA MISSIONE

I missionari di Provenza avevano redatto un libro degli inni da utilizzare durante le missioni e come sussidio per aiutare le persone dopo la missione. La prima edizione venne stampata nel 1818, poi rivista e arricchita negli anni successivi.

Questa prima edizione era un compendio di 286 pagine di preghiere, insegnamenti e inni, sia in francese che in provenzale, da usare durante le missioni, un prodotto della creatività dei missionari e della loro capacità di utilizzare tutti i mezzi a loro disposizione per avvicinare le persone a Gesù’ attraverso la conversione personale. Per coloro che sapevano leggere, il libro rappresentava un inestimabile strumento di crescita religiosa, mentre per chi non sapeva leggere c’erano canzoni semplici da apprendere e verità dottrinarie presentate in modo semplice.

Le istruzioni su come pregare il Santissimo Sacramento erano descritte con abbondanti parole di vicinanza e di amicizia ed sono un buon esempio dei contenuti del libro:

Gesù Cristo ha scelto le nostre Chiese per farne la sua dimora: il suo immenso amore per i suoi figli non gli permetteva di separarsi da noi. E’ realmente presente sui nostri altari, pronto, ad ogni momento, ad accogliere i nostri omaggi e i nostri desideri ; pronto a colmare i nostri bisogni, pronto a riparare per noi con suo Padre. L’entrata non è chiusa per nessuno, possiamo accedervi in qualsiasi momento che lo vogliamo e siamo sempre ricevuti da colui che è presente… In questo momento, più che in qualsiasi altro, Gesù Cristo si intrattiene, per così dire, più familiarmente con i suoi prediletti, che si intrattiene intimamente con loro, che apre loro il suo cuore e che spande su di loro i tesori delle sue grazie.

Recueil de cantiques français et provençaux a l’usage des missions de Provence, p. 60-61

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