LA CONOSCENZA DELL’AZIONE DELL’AMORE DI DIO CI CONDUCE A DIO

Eugenio ritorna dalla celebrazione della Messa in una chiesa nei pressi della parrocchia e annota la riflessione fatta a quelle persone. La sua stessa esperienza di conversione, circa nove anni prima, era precisamente la constatazione di quanto di Dio lo amasse. Adesso lui invita gli altri a condividere la sua stessa esperienza dell’incontro con Dio attraverso la consapevolezza dell’azione dell’amore di Dio nelle loro vite.

Queste sono le considerazioni che la grazia di Dio mi ha suggerito oggi, di ritorno da Mazargues dopo che ho detto messa.
A Mazargues ho fatto l’omelia spiegando a quella brava gente una cosa che applico a me stesso, cioè che bisogna andare a Dio considerando i suoi benefici. Saremmo davvero molto ingrati se nulla ci commuove di quanto il Signore ci ha fatto di bene.

Note di ritiro, luglio-agosto 1816, E.O. XV n 139

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SERVIRE GLI ALTRI COME OCCASIONE DI INCONTRO CON DIO

Eugenio si sente poco bene a causa del superlavoro e della sua iperattività. Ora, in questo tempo di preghiera, riflette sul suo modo di vivere e sulle sue attitudini. Le innumerevoli domande di missioni continueranno ma le missioni devono trasformarsi in momenti di incontro con Dio. In questo testo possiamo notare la conoscenza di Eugenio dell’invito di Matteo 25: “Ogni cosa che avete fatto a uno di loro, lo avete fatto a me”.

Devo anzitutto convincermi a fondo di fare la volontà di Dio dandomi a servire il prossimo, occupandomi delle faccende esterne della casa (della Missione); e poi. fare del mio meglio, senza turbarmi se lavorando in tal modo non posso fare altro che forse mi piacerebbe di più e magari mi parrebbe favorire più direttamente la mia santificazione.
Se per es. quando la mia attrattiva mi portasse a contemplare le misericordie del Salvatore nel suo sacramento, mi chiamano al confessionale, devo lasciare senza brontolare e senza dispiacere lo stesso Nostro Signore per compiere quel dovere di carità che la sua volontà esige.
Inoltre se, stanco nel corpo e nello spirito, volessi cercare un po’ di riposo in una buona lettura o nella preghiera, e gli affari di casa mi obbligassero a corse affannose o a visite fastidiose, convinto che è necessario sempre preferire quel che Dio vuole e quanto desideriamo noi stessi, non esiterò e farò quel che devo molto volentieri, nel caso che spettasse a me la scelta, preferendo quel che il servizio di Dio mi ha indicato a quanto fosse di mio maggior gradimento. Meglio ancora: cercherò di giungere a farmi piacere più quel che è conforme alla volontà del nostro divin Maestro che sola deve regolare non solo i miei atti ma anche i miei affetti.
Se arriverò a tanto avrò vinto la partita. Ma fino ad oggi ne son rimasto molto lontano, per non aver riflettuto abbastanza e per essermi lasciato troppo andare al mio istinto naturale che mi fa soffrire con impazienza il mio lavoro o, se si vuole, il fastidio che mi ci trattiene mentre avrei da fare qualche altra cosa che qualche volta reputo più importante; e questo decine di volte al giorno!

Note di ritiro, luglio-agosto 1816, E.O. XV n 139

Questa stessa convinzione è radicata anche nei testi scritti da San Vincenzo de Paoli, e non c’è da sorprendersi perché il pensiero di San Vincenzo era forte nel seminario parigino di St Sulpice.

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ACCORGIMENTO PER IL SUO ATTEGGIAMENTO AL SACERDOZIO: ESSERE PIÙ ATTENTI ALLA VOCE DI DIO.

Continuando le sue riflessioni durante il ritiro, vediamo adesso la convinzione di Eugenio secondo la quale bisogna “essere” per “fare”. Nella valutazione del buono che è chiaramente emerso dalla fondazione della congregazione dei giovani e quella dei missionari, lui valuta la qualità del suo “essere” in comunione con Dio come la forza vitale della sua attività.

Oggi ho riconosciuto che non mi ero sbagliato e che un qualche bene ne è venuto fuori mediante il mio ministero: un bene che potrei chiamare grandissimo, considerando meno quel che si compie oggi che non quello che potrà procurare in seguito, se le mie infedeltà non opporranno ostacoli.
L’associazione giovanile e l’opera delle missioni sono state istituite da me perché il Signore mi aveva messo in una situazione che le aveva favorite; ma quante cose sarebbero andate meglio se io ci avessi mescolato meno del mio, se fossi rimasto docile alla voce interiore di Dio, se avessi lavorato con più impegno alla mia santificazione personale, almeno utilizzando quel che magari mi distrae, a causa della mia leggerezza e della mia dissipazione, per mandarmi avanti anziché farmi retrocedere. A questo devo arrivare con la grazia di Dio.

Note di ritiro, luglio-agosto 1816, E.O. XV n 139

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DIO STAVA ASPETTANDO GRANDI COSE DA ME E IO NON POSSO FAR ALTRO CHE RIVERSARMI NELLA SUA PRESENZA.

Nel suo ritiro a Amiens prima dell’ordinazione sacerdotale lui disse il suo “eccomi” a Dio. Ricordando quell’evento, adesso esprime il desiderio di andare più a fondo a questa offerta che lo spinge a impegnarsi a migliorare sé stesso.

Durante il ritiro di Amiens, approfondendo la condotta di Dio nei miei riguardi, avevo finito per credere che mi chiedeva cose straordinarie; ma, convinto in precedenza di essere un gran peccatore, non avevo potuto fare altro che annichilirmi alla sua presenza, umiliandomi profondamente, e mi dissi: “Ecce adsum”, stimandomi troppo fortunato di vedermi fornito di un mezzo capace di farmi espiare in parte i miei gravi errori.

Note di ritiro, luglio-agosto 1816, E.O. XV n 139

Con la sua una buona familiarità con le scritture, l’“Ecce adsum” di Eugenio dovrebbe ricordare il “Sì” di Gesù nell’Orto del Getsemani, quello di Maria durante l’Annunciazione e la chiamata di Samuele a seguire la volontà di Dio.

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I MIEI FALLIMENTI NASCONO PRECISAMENTE PERCHÉ SONO PREOCCUPATO DI LAVORARE PER DIO

Invece di rimanere al livello di flaggellarsi per i suoi fallimenti, Eugenio li vede nel contesto di un quadro più grande. È missionario e ha bisogno di valutare sé stesso alla luce del dare la propria vita per Dio e gli altri. È la sua oblazione che deve guidarlo nella sua vita.

Ma non posso togliermi dalla mente e meno dal cuore che, volendo procurare la gloria di Dio e la salvezza delle anime da lui riscattate a costo del suo sangue, usando tutti i mezzi in mio potere dovessi anche sacrificare la vita, non posso credere che questo buon Maestro non mi faccia un qualche sconto, specialmente quando considero che i miei peccati provengono proprio dell’essere io impegnato, credo per suo volere, in opere che vanno a sua gloria e a beneficio spirituale del prossimo.
Sarà illusione tutto questo? forse temerità? Non saprei. Scrivo quel che penso, senza ostentazione, senza ricerca di me stesso, ma con la volontà di lavorare con tutte le mie forze per correggermi e comportarmi meglio in avvenire. Il Signore sa che per agire ho bisogno di questa fiducia; per questo me la dà, almeno così penso.

Note di ritiro, luglio-agosto 1816, E.O. XV n 139

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HO UNA GRANDE FIDUCIA NELLA BONTÀ DI DIO

Nell’esame dell’andamento del suo viaggio spirituale, Eugenio comprende qualcosa di molto importante, che è parte della crescita che sta avvenendo nella sua vita. Mentre nei ritiri precedenti si concentrava sulla sua peccaminosità e su una preoccupazione quasi morbosa per le sue debolezze e fallimenti, ora adotta un altro punto di vista. Consapevole che questi fallimenti e peccati resteranno, lui adesso è capace di dire: “non mi importa di tutto ciò” perché capisce perfettamente che è l’amore di Dio che lo fa andare avanti.

Noto anzitutto che trovandomi in uno stato di estrema desolazione, valutandomi benissimo per quel che sono, cioè assolutamente privo di ogni virtù col solo desiderio e la volontà di acquistarne, mi avvedo non senza meraviglia che ciò non mi turba molto, avendo una grande fiducia nella bontà di Dio, “Tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare” (Sal 4): spero perciò con una certa tranquillità che lui mi farà la grazia di diventare migliore, certo come sono di non valere granché. L’esame di coscienza di cui fisserò alcuni punti per iscritto a mio richiamo, me ne darà la convinzione ogni volta che getterò lo sguardo su quel foglio.

Note di ritiro, luglio-agosto 1816, E.O. XV n 139

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NEI MIEI RITIRI NON MANCHERÒ DI METTERE PER ISCRITTO ALMENO UNO DEI BUONI PENSIERI CHE DIO NELLA SUA BONTÀ MI DONA

Le note del ritiro del 1816 furono scritte in un quaderno nel quale Eugenio segnò tutte le sue note dei ritiri precedenti (cfr. Scritti Oblati XIV e XV). Oggi la parola “tenere un diario spirituale” è usata per questo tipo di esercizio.

Eugenio annota la direzione della sua crescita.

Ho riletto nel silenzio di questa specie di ritiro occasionale, non solo quel che ho scritto precedentemente (nel ritiro di Issy) e mi ha ricordato i bei sentimenti che il Signore non ha cessato di suscitare in me e di cui non mi sono avvantaggiato come ‘dovevo; ma ho riletto anche i propositi presi in diversi ritiri, particolarmente quelli di Amiens quando mi preparavo al sacerdozio e quelli presi a Aix nei ritiri seguenti. Ho riletto anche i propositi di M. Emery e qualche libro adatti a farmi entrare un po’ in me stesso.

Note di ritiro, luglio-agosto 1816, E.O. XV n 139

Riflette sull’importanza di tenere traccia del proprio progresso:

Bisogna allora che di frequente metta in esecuzione quel che ho scritto ad Amiens, rimpiangendo di non aver continuato come avevo cominciato. Ma poiché sento di ricavare un gran beneficio dall’impiego di questo metodo, non mancherò mai durante i miei ritiri di mettere per iscritto almeno alcune delle idee sagge che il Signore mi infonde e i propositi che faccio in questi felici periodi.

Note di ritiro, luglio-agosto 1816, E.O. XV n 139

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NON DOVREI FERMARMI DAVANTI A NIENTE PER IL BENESSERE DI QUESTO STRUMENTO CHE È INDISPENSABILE A UN MISSIONARIO

Fino a questo momento ho giocato la partita, mettendo come posta lo stomaco, col rischio di rovinarmi la salute: credevo che il digiuno abituale, col lavoro che faccio, non dovesse farmi male; e mi sono sbagliato. Inoltre, a che servono quei pasti consumati in un batter d’occhio? Fan più male che bene: bisogna dar tempo a tutto. È questa una maniera di agire assolutamente disordinata.
Se dormo o mangio posso star tranquillo che il mio petto non ne risentirà: devo fare tutto il possibile per risparmiare questo attrezzo indispensabile per un missionario.
E basta su questo punto su cui ho forse indugiato troppo; ma bisogna che tenga salda la briglia.

Note di ritiro, luglio-agosto 1816, E.O. XV n 139

Ogni tanto Eugenio vorrebbe dimenticare la sua risolutezza come Yvon Beaudoin ci dice:

Esausto dai sermoni e le confessioni che, a volte, duravano per 24 ore in chiese gelate, Padre De Mazenod tuttavia dichiarava di riposarsi meglio sdraiato sulle assi del proprio letto; ogni volta che si riposava, la prima cosa che faceva era togliere immediatamente il materasso e il cuscino.
Nonostante il freddo e tutte le proteste fatte, lui non avrebbe potuto essere convinto a vestirsi in modo da non avere freddo. “Ostinatamente rifiutava che qualcuno lasciasse che una maglia lavorata ai ferri nuova di zecca fosse messa nel suo bagaglio al posto di quella che indossava, che era così consumata e in condizioni talmente misere che non avrebbe potuto darla neanche a un mendicante. Era terribilmente cocciuto su alcune cose e la cosa più esasperante era che nessuno lo avrebbe cambiato. Di conseguenza, in modo da non irritarlo inutilmente, decisi di non oppormi a lui su niente, e adesso semplicemente lo raccomando a Dio”.
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PECCATO CHE IO NON L’ABBIA CAPITO PRIMA

Sonno.
Bisogna dunque che mangi e dorma e quando son stanco mi riposi.
Mi son trovato male per non aver capito in tempo quello che è necessario per non sentirsi a pezzi quando ci si alza al mattino, cosa che mi capita di consueto. Devo rimproverarmi esagerazioni in questo campo fin dai primi tempi che ero in seminario.
Riconosco di dovermi sentire in colpa se non cambio sistema perché la mia salute, che mi pareva indistruttibile, se n’è molto risentita. L’esempio dei santi mi ha sedotto, ma pare a me che il Signore non mi richiede le stesse cose, dato che vuole darmene un segno nella diminuzione delle forze e nello squilibrio operatosi nella mia salute.
Bisogna che mi decida a dormire sette ore; convengo che sarà una decisione pesante, ma che cosa posso farci se Dio e i medici lo esigono?

Note di ritiro, luglio-agosto, 1816, E.O. XV n 139

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È FASTIDIOSO CHE LE ENERGIE DEL CORPO NON COMBACINO CON L’ATTIVITÀ DELL’ANIMA

Eugenio sta imparando a a capire i limiti che il suo corpo impone al suo zelo missionario. Lui ha bisogno di assicurarsi l’energia necessaria per mettere il suo ideale in pratica.

Cura del corpo.
C’è troppo legame tra corpo e anima perché non importi immensamente regolare le abitudini del primo affinché non nuoccia col suo peso ai moti dell’anima…
Val meglio regolarlo in maniera saggia per poterlo dominare e mantenere nella dovuta subordinazione all’anima: così le sarà utile…, perché se logorassimo questo povero somaro rischieremmo di fiaccarlo al punto che si butterà per terra, incapace di tornare a camminare. Ho subito io stesso questo inconveniente.
Fastidioso certo che le forze corporali non rispondano agl’impulsi dell’anima, ma così stan le cose, per volere di Dio. Bisogna perciò adattarsi a questa situazione e sfruttare come meglio si può il povero frate asino, non negandogli quel che gli è assolutamente necessario perché compia il suo ufficio.

Note di ritiro, luglio-agosto 1816, E.O. XV n 139

Da adesso in avanti, Eugenio inizia a insistere sullo stesso messaggio per il benessere dei suoi missionari – sebbene a volte è lui a farsi trasportare dal suo stesso zelo e non mette in pratica ciò che predica.

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