EVANGELIZZARE I POVERI DELLE CAMPAGNE INVECE CHE GLI ABITANTI DELLE CITTÀ

Il tempo di riposo forzato fu un tempo di grazia non solo per Eugenio, ma per il futuro di tutti i missionari. Essendo costretto a fermarsi e a riflettere, ebbe infatti l’opportunità di chiarire questioni importanti rispetto allo spirito e al mandato della congregazione che aveva fondato.

Il suo amico Forbin Janson aveva fondato i Missionari di Francia affinché si dedicassero alla predicazione nelle parrocchie del Paese, e sperava che Eugenio e il suo gruppo si sarebbero uniti a lui. Nella sua lettera all’amico, Eugenio indica come il cammino dei Missionari di Provenza fosse finalmente chiara:

… Non pensare che non abbia fatto attenzione alle reiterate proposte da te sollecitate circa la fusione delle nostre case; anzi me ne sono occupato moltissimo presso i Vicari generali e i nostri compagni. I primi han detto e ripetuto che una tale unione non sarebbe utile alla diocesi; i miei confratelli son dello stesso parere. Questi si sentono maggiormente attratti, ed io con loro, dall’evangelizzazione dei poveri delle campagne anziché degli abitanti delle città: i loro bisogni sono immensamente più grandi e più certo tra di essi il frutto del nostro ministero. .
… E siamo cinque in tutto, numero così ristretto per il lavoro da compiere che ne saremmo infallibilmente sopraffatti; io specialmente per cui il tempo che mi passa fuori delle missioni non è tempo di riposo. Pazienza, se dovessi morire soltanto io.…

Lettera a Forbin Janson, luglio-agosto, 1816, E.O. VI n. 13

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ATTRAVERSO LA NOSTRA OBLAZIONE SIAMO STRUMENTI DEL SALVATORE

Vogliate cambiare la conclusione delle nostre litanie; invece di dire Jesu sacerdos, bisogna dire Christe salvator. È il lato da contemplare nel nostro divin Maestro,
essendo noi per vocazione particolare associati in maniera speciale alla redenzione degli uomini; anche il beato Liguori ha messo la sua congregazione sotto la protezione del Salvatore.
Potessimo, col sacrificio di tutti noi stessi, concorrere a non rendere vana la sua redenzione sia per noi che per coloro che siamo chiamati ad evangelizzare

 Lettera indirizzata ai “miei cari confratelli, i Missionari di Aix”,
luglio 1816, E.O. VI n 12

 Come cooperatori di Cristo Salvatore ogni membro della famiglia Mazenodiana ha la vocazione per essere aperto al lavoro del Salvatore nelle loro vite e per invitare gli altri alla stessa esperienza di liberazione.

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COOPERATORI DEL SALVATORE

Vogliate cambiare la conclusione delle nostre litanie; invece di dire Jesu sacerdos, bisogna dire Christe salvator. È il lato da contemplare nel nostro divin Maestro,
essendo noi per vocazione particolare associati in maniera speciale alla redenzione degli uomini; anche il beato Liguori ha messo la sua congregazione sotto la protezione del Salvatore.

Lettera indirizzata ai “miei cari confratelli, i Missionari di Aix”,
luglio 1816, E.O. VI n 12

In queste brevi frasi troviamo il seme dell’identità e l’auto-comprensione di Eugenio e di coloro i quali vivono secondo il suo carisma. Il modo in cui seguiamo Gesù, si allinea alla specifica percezione del suo essere il nostro Salvatore. La nostra vocazione specifica consiste nell’essere associati a lui in cima agli altri per la salvezza che Egli offre – in modo così da essere suoi cooperatori.

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IL SALVATORE: QUELLO È L’ASPETTO SOTTO IL QUALE NOI DOVREMMO CONTEMPLARE IL NOSTRO DIVINO MAESTRO.

Lo Spirito Santo induce alcuni gruppi e individui ad approfondire una particolare parola o aspetto di Dio, che poi diviene il centro del loro modo di vivere e del loro ministero. Gli Ordini religiosi, Congregazioni e Movimenti ecclesiali di solito diventano espressione vivente del centro evangelico che hanno scelto. Quando Eugenio scrisse alla sua comunità, durante la convalescenza, è a questo che si riferiva:

Vogliate cambiare la conclusione delle nostre litanie; invece di dire Jesu sacerdos, bisogna dire Christe salvator.
È il lato da contemplare nel nostro divin Maestro

Lettera indirizzata ai “miei cari confratelli, i Missionari di Aix”,
luglio 1816, E.O. VI n 12

Questa frase è di vitale importanza per l’identità dei membri della famiglia Mazenodiana. L’esperienza della conversione di Eugenio lo ha portato a capire che Gesù Cristo era il Salvatore nella sua vita, e sarebbe stato questo aspetto di Dio a diventare il centro guida della vita e del ministero di Eugenio. Il Salvatore sarebbe stato così il centro guida per gli Oblati, che Eugenio chiamava “cooperatori del Salvatore”.

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LA COMUNITÀ CHE AMO TENERAMENTE NEL SIGNORE, IL NOSTRO AMORE IN COMUNE

Come abbiamo visto, il riposo forzato di Eugenio gli dà l’opportunità per un ritiro e per un momento per riflettere sui movimentati avvenimenti dei mesi precedenti. È stato un periodo ricco di grazia perché gli ha permesso di accertarsi di alcune intuizioni su sé stesso e anche sulla congregazione dei Missionari nel suo sviluppo e direzione.

Arriva alla consapevolezza di quanto necessaria fosse per lui una parte della sua vita in comunità. Era nella comunità che ha sperimentato il luogo in cui appartiene.

Sto qui come un pesce fuor d’acqua; la sola consolazione è starvi dietro durante le vostre pie pratiche: sono fedele ad esse più di quando ero in mezzo a voi.

Questo ritiro sottolinea, ancora una volta, il bisogno di protrarsi verso la santità personale, “essere” per “fare”:

Se il Signore mi ascolta non esisteranno sacerdoti più santi di voi, miei cari fratelli che amo teneramente nel Signore, nostro comune amore.

Era il Signore, “il nostro amore comune”, che ha portato la comunità a riunirsi e le assicura l’esistenza nel tempo. La qualità della vita dei missionari doveva essere simile a quella di una comunità di testimoni che vivono le virtù del Vangelo di Gesù, “il nostro amore in comune”. Questo, a turno, avrebbe attratto altri a voler imitare il loro stile di vita e impegno:

Abbraccio i miei cari novizi e prego Dio di conceder loro la grazia di imitare le vostre virtù.

Lettera indirizzata ai “miei cari confratelli, i Missionari di Aix”,
luglio 1816, E.O. VI n 12

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PER AGIRE SEMPRE IN PERFETTO ACCORDO CON LA VOLONTÀ DI DIO, IN PERFETTA LIBERTÀ DI SPIRITO, IN UNIONE CON DIO.

Le note del ritiro di Eugenio continuano con molte risoluzioni sulla sua vita di preghiera, la devozione eucaristica, pregare leggendo il breviario ecc. Rendendosi conto come i suoi impegni possono disturbare i suoi momenti formalmente dedicati alla preghiera, espresse un atteggiamento di fondamentale importanza.

Poiché sono abitualmente disturbato e mi riesce spesso impossibile, nonostante la mia buona volontà, di compiere certe pie pratiche nei tempi prescritti< quando non sono addirittura costretto con molto dispiacere a dispensarmene, devo assolutamente trovare il mezzo di supplire a questa mancanza di tempo e a ovviare all’inconveniente che ne deriva. Credo che non ce ne sia altro se non quello di agire sempre in perfetta sottomissione alla volontà di Dio, con assoluta libertà di spirito, in unione con Dio mediante un moto interiore di adesione a quello che a lui piace ordinare in quel dato momento, convinto che sta lì quel che devo fare e non altrove.

Credo che questo sia una meravigliosa sintesi dell’oblazione, e dello spirito con cui viverla. Sta nell’atteggiamento di essere totalmente dati a Dio, in uno spirito di libertà da sé stessi così come essere lì per ciò che è fuori da me, e essere totalmente in unione con Dio. Spiega oltre:

Se agirò con questi sentimenti l’azione che li contrasta o si oppone ad essi sarà più meritoria di quella che avrei preferito fare io.
Norma fondamentale: levare il cuore a Dio prima, durante e dopo l’azione comportandomi sempre con spirito di fede.

Note di ritiro, luglio-agosto 1816, E.O. XV n 139

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UN PO’ PIÙ PREGHIERE, MENO INQUIETUDINE E CONTROLLO

Bisogna che mi convinca profondamente che Dio si serve degli uomini per le sue opere, ma senza che abbia bisogno di essi. Con questa mentalità farò progredire le cose che si degna affidare alla mia direzione, vivendo infinitamente di più alle sue dipendenze e stando meno in allarme per la loro riuscita. Un po’ più di preghiera e molto meno preoccupazioni e arruffio di iniziative.
In base a questa considerazione prendo la decisione di sistemare le cose in modo di pregare di più che non abbia fatto finora. È in questo ambiente (di preghiera) che devo abituarmi a trattare le mie faccende e quelle della comunità, come quelle dell’associazione giovanile.
Oltre alla meditazione del mattino praticata insieme ai miei confratelli, mi ritaglierò alcuni momenti del pomeriggio per riprenderla dinanzi al SS. Sacramento, per quanto mi sarà possibile.

Note di ritiro, luglio-agosto 1816, E.O. XV n 139

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AMMETTERE DI ESSERE DA SEMPRE COLLERICO CON GLI ALTRI QUANDO È STANCO.

 Il mio sangue ribolle talmente da raddoppiare il mio lavoro, ma ciò mi porta a mancare spesso alla carità…
Non so mantenere la mia anima in pace: il minimo ostacolo, la minima contrarietà mi esasperano; e purtroppo! respingo con mezzi assolutamente umani le opposizioni che dovrei sormontare e vincere con la pazienza.

Note di ritiro, luglio-agosto 1816, E.O. XV n 139

 La comunità dei missionari deve aver sofferto dei suoi scatti d’ira, perché nelle sue lettere indirizzate a loro lui scrisse:

Poiché lo volete, farò provvista di salute; vorrei anche arricchirmi di virtù per non essere più oggetto di scandalo; ma questo lavoro è meno agevole del primo, né spero molto di riuscirci: chiedete allora al Signore la grazia di sopportarmi.

Lettera indirizzata ai “miei cari confratelli, i missionari di Aix”
Luglio 1816, E.O. VI n 12

 Questa preghiera rivolta agli altri, che avrebbe potuto subire la sua brutalità, doveva essere ripetuta molto spesso durante la sua vita, quando la stanchezza e l’inquietudine lo rendevano arrabbiato! Sarebbe stata la sua lotta per sempre.

Forse vengono da qui e anche dalla mia vivacità naturale quei moti interiori d’impazienza che di frequente si manifestano esteriormente e scandalizzano quanti ne sono testimoni.
Perciò mi eserciterò anche nella pratica della bella virtù della dolcezza; m’incoraggerà in questo il pensiero che in questo campo avevo già fatto qualche progresso, ma da quando le occasioni si sono moltiplicate e si son rese più difficili, son quasi ricascato nel mio stato abituale. Speriamo che con l’aiuto della grazia possa esser più fortunato in appresso.

Note di ritiro, luglio-agosto 1816, E.O. XV n 139

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UN INVITO A RISTABILIRE L’ARMONIA TRA L’”ESSERE” E IL “FARE”

Dal primo giorno in cui i missionari furono riuniti, Eugenio insistette sulla qualità della vita di ogni membro, e sull’importaza di “essere” uomini di Gesù Cristo prima del “fare” in quanto uomini di azione. Dovevano concentrarsi sulla qualità della loro umanità, profondamente cristiana e, protesi verso la propria personale santificazione, avrebbero pregato per gli altri. Se il “fare” diventava esagerato, la qualità dell’”essere” del missionario ne avrebbe sofferto e così si sarebbe creato un circolo vizioso.

In questo ritiro Eugenio comprende che egli non sta vivendo l’armonia tra questi due aspetti e ne sta soffrendo le conseguenze in modo grave.

Son costretto a riconoscere che le mie molteplici occupazioni mi sommergono, nuocendo infinitamente al compimento dei propositi che m’ero imposto sotto l’ispirazione di Dio.
La continua agitazione in cui opero apporta un pregiudizio incredibile alla mia vita interiore, senza contare che il modo con cui assolvo i miei compiti danneggia visibilmente la mia salute.
Bisogna perciò che metta ordine in questo campo

Note di ritiro, luglio-agosto 1816, E.O. XV n 139

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LA RESPONSABILITÀ DI GUIDARE LA SUA QUALITÀ DELLA VITA

Fino ad ora il ritiro di Eugenio si era concentrato su sé stesso e sulla propria ricerca orientata alla crescita umana e spirituale – tutto questo a beneficio del suo ministero verso i più abbandonati. Adesso, dopo sei mesi alla guida dei Missionari, emerge un nuovo elemento: doveva rendere conto alla sua comunità riguardo la sua condotta e il suo esempio.

Capisce che ha dovuto vivere secondo i parametri che lui aveva proposto agli altri. Lui doveva guidare la sua qualità della vita. Se fosse stato zelante, poi la comunità sarebbe stata tale, mentre se fosse stato tiepido poi non avrebbe potuto che aspettarsi lo stesso dagli altri. Capisce che dove il superiore è, li ci saranno gli altri che si affidano alla sue cure.

Finora mi son considerato una persona privata che deve badare alla sua salvezza eterna facendo di tutto per assicurarsela. Esattissimo, ma…
Ora devo fare una riflessione di grande importanza, essendo la mia situazione totalmente cambiata. In passato se ero un vile e un tiepido era per me un grave danno, ma era facile rimediarvi, e le . conseguenze non erano dannose ad altri: oggi se non sono fervoroso e santo le opere che il Signore mi ha affidato ne risentiranno, il bene si affievolirà ed io sarò responsabile di tutte le conseguenze di una tale rovina.
Potente mezzo per rinnovarmi nello spirito della mia vocazione e usare i mezzi efficaci per farmi santo.

Note di ritiro, luglio-agosto 1816, E.O. XV n 139

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