NIENT’ALTRO CHE UNA STATUA DI GESSO

Riflettere su questa autopresentazione mi ha rivelato un santo di “carne e sangue”; una persona che grazie, ma anche nonostante, a se stesso è stato un potente canale della Grazia di Dio per gli altri. Lo sforzo di Eugenio per conciliare quelli che sembrano aspetti opposti del suo carattere trova la sua forza nella sua relazione con Gesù Salvatore. Eugenio è capace di proclamare evangelizare pauperibus misit me – pauperes evangelizantur (mi ha mandato a evangelizzare i poveri -  i poveri sono evangelizzati)  proprio perché egli per primo ha fatto esperienza del Salvatore nella sua stessa povertà e nei suoi conflitti interiori ed esteriori. Per questo dedica quindi la sua vita a condurre gli altri alla stessa esperienza di salvezza.

Ho imparato molto da Eugenio e sono convinto che facendolo conoscere meglio e presentandolo non come se fosse una “statua di gesso”, la gente potrebbe trovare in lui un modello attraente di trasformazione e sequela del Salvatore, vivendo e agendo secondo i valori del Regno.

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LA GRATITUDINE MI SPINGE AD AMARE LE PERSONE VERSO LE QUALI MI SENTO IN DEBITO

Questo è l’ultimo paragrafo della sua autopresentazione. Eugenio tratta di un altro motivo di fondo nei suoi rapporti con gli altri: cos’è per lui la gratitudine.

La riconoscenza ben lungi dall’essere come per tanti altri un peso insopportabile, è una delle cose che più mi attira perché mi stimola ad amare la persona verso la quale mi sento in obbligo. Sono felice quando mi hanno soggiogato puntando sui miei sentimenti e, se è per preferenza o inclinazione verso di me, farei qualunque cosa perché sembri più una manifestazione di amicizia che non un favore.
Se però mi manifestano solo sentimenti ordinari e comuni, se mi favoriscono come avrebbero fatto con qualunque altro, non potrò ricambiarli che con quanto la comune degli uomini ben educati offre in simili occasioni, cioè un ringraziamento puramente esteriore che non viene dal profondo del cuore, con l’unico intento di ricambiare un favore per trovarmi alla pari, mentre nell’altro caso provo piacere nel rimanere un debitore riconoscente. Così apprezzo infinitamente di più un piccolo servigio che viene dal cuore che non un altro infinitamente più grande se mi fosse reso perché fa comodo mettermi in condizione di dovermi disobbligare.

Autoritratto di Eugenio per il suo direttore spirituale, in 1808, E.O. XIV n. 30

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CHIUNQUE SOFFRE O HA BISOGNO DI ME, PUÃ’ CONTARE SUL MIO AIUTO

Il ventiseienne Eugenio continua a riflettere sulla sua personalità e su come sia al servizio degli altri, rivelandoci anche alcuni interessanti risvolti sulla sua affettività.

Tuttavia nulla di sensuale si mescola a questi desideri emergenti dalla parte più nobile del mio Animo; questo è talmente vero che ha sdegnato sempre qualunque legame con donne, perché questa specie di amicizie tra sessi differenti sono più faccende di sensi che non di cuore. La qualità delle persone non influisce minimamente sul sentimento che mi spinge ad amare colui dal quale mi sento veramente amato; prova ne è che sono affezionato ai domestici i quali, a dir vero, mi sono affezionati in maniera incredibile: mi separo da essi a fatica e lasciandoli provo una stretta al cuore, m’interesso del loro benessere e non tralascio nulla di quanto può procurarlo ad essi, non già per magnanimità e nobiltà d’animo – mi comporto così con gl’indifferenti – ma per tenerezza e, bisogna che lo dica, per amicizia. Non bisogna però credere ch’io sia portato a favorire soltanto quelli che mi amano; ci mancherebbe altro: chiunque soffre o ha bisogno di me ha diritto ai miei servigi.

Autoritratto di Eugenio per il suo direttore spirituale, in 1808, E.O. XIV n. 30

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QUANTO È SENSIBILE IL MIO CUORE! TROPPO, IN REALTÀ…

L’ultima annotazione dell’auto-descrizione di Eugenio parlava della forza del suo carattere. Il brano di oggi continua il discorso riferendosi all’altro lato della medaglia: la sua estrema sensibilità. Questo lato del suo carattere era accentuato dalla sua origine Provenzale – era infatti una persona del sud, mediterranea, con modi forti di esprimere i propri sentimenti. Questa, per me, è la ricchezza di Eugenio: era iper sensibile anche ai bisogni della gente e alle loro sofferenze ed era in grado di rispondere energicamente con il suo carattere forte.

È appena credibile quanto il mio cuore sia sensibile, in modo anche esagerato con un carattere come quello testé dipinto: troppo lungo citare tutti gli aneddoti della mia infanzia che mi sono stati raccontati, davvero impressionanti. Era cosa abituale regalare la mia colazione, anche se avevo molta fame, per lenire quella dei poveri; portavo legna a coloro che pretendevano di aver freddo senza avere i mezzi di procurarsela; arrivai un giorno a spogliarmi dei miei abiti per regalarli a un poverino, e mille altre cose simili.
Se avevo offeso qualcuno, anche un domestico, avevo pace solo quando mi era permesso di riparare la mia mancanza con qualche regalino, o una parola amica o una carezza per quanti avevano avuto occasione di lamentarsi di me.
Il mio cuore non è mutato con gli anni. Idolatra la sua famiglia: mi farei tagliare a pezzi per certuni della mia casa, senza esitare darei la vita per mio padre, mia madre, mia nonna, mia sorella e i due fratelli di mio padre: amo appassionatamente in genere tutti quelli dai quali credo di essere riamato; ma bisogna pure che essi mi amino appassionatamente

Autoritratto di Eugenio per il suo direttore spirituale, in 1808, E.O. XIV n. 30

È grazie a questa sua eredità che la Famiglia Oblata è oggi caratterizzata allo stesso tempo dall’essere vicina alla gente e dall’essere “specialista delle situazioni difficili”.

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IO AMO CON PASSIONE TUTTI QUELLI CREDO MI AMINO

Eugenio non aveva paura di esprimere i suoi sentimenti e di mostrare quanto forte fosse il suo bisogno di amicizia

La riconoscenza in tal modo dà l’ultimo impulso all’elettricità del mio cuore.
Questo sentimento è in me così raffinato che non è riuscito mai a ottenere il contraccambio: ho sempre sospirato di avere un amico ma non l’ho incontrato mai, almeno come io lo vorrei; convengo di essere un po’ difficile perché come sono disposto a tutto concedere esigo anche molto.
Non sono però negato a certe amicizie comuni e meno eccellenti quantunque non siano di mio gradimento. In questo caso concedo in proporzione di quel che immagino di poter ottenere. S. Agostino è uno degli uomini (qui non intendo considerarlo come un santo dottore) che io amo di più perché aveva un cuore fatto come il mio: sapeva amare e leggendo le Confessioni quando parla della sua amicizia con Alipio, avevo l’impressione che parlasse in mio nome. Anche s. Basilio e s. Gregorio m’incantano. Tutti i brani storici che riportano qualche esempio di una simile amicizia eroica suscitano in me esplosioni di gioia e il mio cuore immediatamente brama di incontrare un tesoro così grande. Insomma ha bisogno di essere amato e siccome ha la nozione intima del più perfetto amore, non proverà piena soddisfazione in quelle amicizie di cui si accontentano la maggior parte degli uomini: tende in una parola a un’amicizia che di due esseri ne forma uno solo.

Autoritratto di Eugenio per il suo direttore spirituale, in 1808, E.O. XIV n. 30

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LA NATURA ASSOLUTA, RISOLUTA E ESIGENTE DEL MIO CARATTERE

Eugenio ricorda la sua infanzia e riconosce che lì è l’origine del carattere forte che lo ha poi caratterizzato lungo tutta la sua vita. Senza questo carattere, sarebbe riuscito a realizzare tutto quello che ha fatto per la Chiesa, per gli Oblati e per la sua Diocesi?

Si osserva meglio la natura nella prima età perché si sviluppa senza infingimenti. Si potrà così giudicare della forza del mio carattere rigido, deciso ed esigente, dai seguenti particolari. Quando volevo qualcosa non lo chiedevo ricorrendo a preghiere, furberie, moine: pretendevo ciò che volevo con un tono di comando, come se mi fosse dovuto, e in caso di rifiuto non mi mettevo a piangere: un comportamento questo estraneo a me come quello di ridere; preferivo battere i piedi o cercavo di portar via a forza quel che non mi si voleva concedere.
Uno dei miei zii volle portarmi a teatro all’età di 4 anni; fui urtato dalle grida che si levavano da basso. Mi han raccontato che drizzandomi sulla punta dei piedi per vedere da dove veniva il chiasso, apostrofai l’intera platea con parole (in provenzale) che fecero schiattare dal ridere tutti quelli che erano nel palco: Ci metto poco a venir giù!
Non si è potuto ottener nulla da me coi castighi: bisognava ferire il mio amor proprio o commuovere il mio cuore.

Autoritratto di Eugenio per il suo direttore spirituale, in 1808, E.O. XIV n. 30

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LA CAPACITÀ DI GUARDARE IN PROFONDITÀ NELLA GENTE

Questo breve paragrafo dell’autodescrizione di Eugenio ci fornisce una chiave di comprensione sul perché le reazioni negative degli altri non lo distolsero dal vivere i suoi ideali. I duri avvenimenti che avevano segnato i suoi ventisei anni di vita gli avevano insegnato a osservare la gente con uno sguardo più profondo e questo lo rese capace di capire e rispondere ai loro bisogni, divenendo un effettivo costruttore di comunità, come pure un predicatore persuasivo e un irreprensibile missionario.

Non mi sono adattato mai a spiegare le azioni altrui ricorrendo alle loro supposte intenzioni. L’esperienza mi dice che un modo sicuro di sbagliarsi è supporre buone intenzioni in chi agisce male; preferisco non dare alcun giudizio, cioè non accettare le conseguenze che la mia mente vorrebbe cavare dalle apparenze. Han notato fin dalla mia infanzia che io coglievo facilmente certe circostanze minute che sfuggono a tanti che vedono senza osservare; e grazie a queste osservazioni quasi involontarie sono riuscito a non sbagliarmi sul carattere, i gusti, le disposizioni, la sincerità di coloro con cui si vive.

Autoritratto di Eugenio per il suo direttore spirituale, in 1808, E.O. XIV n. 30

Eugenio ha usato la sua capacità di osservazione per entrare più profondamente nella sua meditazione quotidiana sulla “vita e le virtù di Gesù Cristo”, come anche nel suo quotidiano studio della Scrittura, così da trasformare tutto questo nella missione di condurre gli altri a fare la sua stessa esperienza del Salvatore.

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HO AVUTO SEMPRE UNA FRANCHEZZA ECCEZIONALE

Continuo a riflettere sull’autovalutazione che Eugenio fa al suo direttore spirituale entrando in Seminario. Oggi trovo più rivelatore del testo che egli presenta effettivamente, le righe cancellate nella brutta copia del documento (qui di seguito sottolineate)

Ho avuto sempre una franchezza piuttosto pronunziata che mi ha fatto respingere qualunque specie di elogio adulatorio che poteva mirare in qualche modo a velare la mia sincerità. E nel mondo che frequentavo ci s’era abituati a questa mia maniera di comportarmi.
Poiché l’esperienza mi ha dato prove che non mi sbaglio affatto nei giudizi che do, ho bisogno di stare bene in guardia per non pronunciarmi senza necessità.
Non mi sono adattato mai a spiegare le azioni altrui ricorrendo alle loro supposte intenzioni. L’esperienza mi dice che un modo sicuro di sbagliarsi è supporre buone intenzioni in chi agisce male; preferisco non dare alcun giudizio, cioè non accettare le conseguenze che la mia mente vorrebbe cavare dalle apparenze. Han notato fin dalla mia infanzia che io coglievo facilmente certe circostanze minute che sfuggono a tanti che vedono senza osservare; e grazie a queste osservazioni quasi involontarie sono riuscito a non sbagliarmi sul carattere, i gusti, le disposizioni, la sincerità di coloro con cui si vive.

Autoritratto di Eugenio per il suo direttore spirituale, in 1808, E.O. XIV n. 30

La qualità di dare rapidi giudizi emerge chiaramente in molti dei suoi scritti, lungo tutta la sua vita, in particolare se le azioni o gli atteggiamenti delle persone non erano concordi con i valori e gli ideali che Eugenio si sarebbe aspettato dal loro stato di vita. Questa franchezza causò a Eugenio molti nemici, particolarmente a Marsiglia dov’era vicario generale di suo zio e doveva fare il “lavoro sporco” necessario a risolvere i problemi in Diocesi o quelli con le autorità civili.

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NON POSSO ACCETTARE IL MINIMO COMPROMESSO CHE ABBIA A CHE FARE CON IL DOVERE

Altre intuizioni sul proprio carattere tratte dalla autovalutazione fatta da Eugenio nel 1808 a 26 anni:

Se ho torto e me lo rimproverano con un atto di superiorità o di trionfo, non lo ammetterò mai, e non mancherei di ragioni speciose per coprire la mia mancanza.
Ma se mi riprendono con un’aria e un tono bonari e amichevoli non direi una parola per scusarmi, confessando senza difficoltà che avrei potuto far meglio, pensato meglio, parlato meglio.
Sono portato per natura alla severità, deciso a non permettermi mai la minima debolezza, ma sono anche molto propenso a non permetterla negli altri. Incapace di ammettere una qualsiasi menomazione di quel che è dovere, la morte, dico bene, la morte mi sarebbe preferibile alla trasgressione di un dovere essenziale.
Odio la gelosia e la considero un vizio indegno di un animo generoso. Perciò sono contento che gli altri abbiano dei meriti, anche in maniera spettacolare: se brillano in un campo che mi è estraneo, cerco di stimolarmi a imitarli; ma se prevedo che sarebbe inutile tentare me la prendo con me stesso per non aver impiegato bene abbastanza il tempo della mia giovinezza, stupidamente ancorato soltanto a poche conoscenze.

Autoritratto di Eugenio per il suo direttore spirituale, in 1808, E.O. XIV n. 30

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SALDO NEI MIEI PROPOSITI, IO MI RIBELLO CONTRO GLI OSTACOLI CHE ME NE IMPEDISCONO LA REALIZZAZIONE E FAREI OGNI SFORZO PER SORMONTARE I PIÙ DIFFICILI

Entrando in Seminario, il ventiseienne Eugenio scrive una “autovalutazione” per il suo Direttore spirituale. Rileggendola dalla posizione vantaggiosa di chi conosce tutta la sua vita, trovo interessante vedere come Eugenio parli dei contrasti presenti nella sua personalità. La sua forza di carattere fece di lui un coraggioso fondatore, un infiammato ispiratore di missionari, un Vescovo “leone” che combatté per i poveri e per i diritti del suo gregge. Ma, in questo brano, possiamo anche toccare il prezzo che dovette pagare per il suo carattere e le ombre che ha dovuto affrontare. Egli scrive:

Ho un carattere vivo e impetuoso: i desideri che formulo sono sempre molto accesi, il minimo ritardo mi dà fastidio e le dilazioni mi sono insopportabili. Saldo nei miei propositi, mi ribello contro gli ostacoli che me ne impediscono la realizzazione e farei ogni sforzo per sormontare i più difficili. Tutto d’un pezzo nel pensare e nel volere, mi inalbero appena si profila la sola apparenza di un’opposizione; se poi si èpervicaci ed io non sono assolutamente convinto che si oppongono ai miei voleri unicamente in vista di un maggior bene, prendo fuoco; e allora il mio animo sembra sviluppare nuove energie prima sconosciute, cioè acquisto immediatamente una capacità singolare di esprimere le idee che si presentano in folla alla mia mente, mentre nel mio stato abituale sono costretto a cercarle, esprimendole poi molto lentamente. Sperimento la medesima facilità quando sono vivacemente compreso di una cosa e desidererò; fare entrare gli altri nei miei modi di vedere.
Per un contrasto singolare, se invece di resistere si cede ai miei voleri, eccomi disarmato; se poi mi accorgo che viene a galla una certa vergogna in colui che ha tenuto contro di me un atteggiamento irragionevole, ben lungi dal sentirmene vittorioso mettendo in mostra i motivi che potrebbero far pesare maggiormente il torto del mio avversario, mi do da fare per trovargli delle scusanti.
Se nell’un caso o nell’altro mi è sfuggita qualche parola offensiva mi sento quasi colpevole di un reato enorme.
Da ciò si vede che il mio carattere è generoso, anche giusto ma spesso fino all’esagerazione, perché sono portato naturalmente a metter giù chi si è troppo tirato sù, e ci sarebbe cosa che non facessi per far risaltare il merito di chi si abbassa.

Autoritratto  di Eugenio per il suo direttore spirituale, in 1808, E.O. XIV n. 30

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