MISSIONI POPOLARI: NELLA PROCESSIONE PENITENZIALE IL SUPERIORE PRENDE SU DI SÉ I PECCATI DEL POPOLO, IMITANDO GESÙ CRISTO E RAPPRESENTANDOLO IN MEZZO A LORO

Poiché Eugenio aveva sperimentato la forza della Croce fin dal tempo della sua giovinezza era capace, dunque, di condurre altre persone a vivere la stessa esperienza, dell’intervento del Salvatore che sana le ferite. Per lui era essenziale che fosse il superiore della missione a portare la Croce:

Lo ripeto: è di regola che il superiore porti la croce nella processione di penitenza, dopo che ha fatto una breve esortazione sul pulpito perché i fedeli siano preparati a questo pubblico atto di riparazione. Non si tratta di uno spettacolo, ma di un atto altamente conforme allo spirito della Chiesa e perfettamente consono alla circostanza. Il superiore viene a predicare la penitenza a un popolo sbandato; gli fa sperare il perdono, ma è necessaria una espiazione. Prende su di sé i peccati del popolo, a imitazione di Gesù Cristo che egli rappresenta in mezzo ad esso; e come l’han fatto un s. Leone a Roma, un s. Carlo a Milano, un Belzunce a Marsiglia, ecc. si offrono a Dio come vittime. Non son questi pensieri sublimi? Via! non perdiamo il tempo e ricacciamo nelle selve chi non li comprendesse o che si mostrasse insensibile. Quel che non è secondo norma, e non deve nemmeno farsi senza il permesso, è portare la croce a piedi nudi e con la corda al collo. L’ho fatto molto spesso, ma non sempre.

Lettera a Eugene Guigues, 5 novembre 1837, E.O. IX, n. 652

 

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MISSIONI POPOLARI: LA PROCESSIONE PENITENZIALE TENDE A SUSCITARE SINCERI SENTIMENTI DI CONVERSIONE

Eugenio continua la descrizione della cerimonia e della processione con veri sentimenti provenzali:

La processione ha attraversato le vie del paese piene d’acqua, di fango e di sterco; ma calpestando quella sporcizia pareva che dovesse sgorgare da lì una sorgente di grazie abbondantissime. Che cosa sarebbe stato se un altro missionario, ben diverso dal miserabile superiore che aveva tanto da espiare per conto proprio ma da devolvere interamente a vantaggio di tutto il popolo, avesse potuto presentarsi come vittima? Ma era giusto che fosse lui a offrirsi, pur ammettendo che era il meno degno, proprio perché era in maggior bisogno (di espiare).
Il fatto è che questa funzione ha prodotto un grandissimo effetto attirando sulla missione un fiume di grazie.
Quando la processione, svoltasi nel raccoglimento più notevole, fu di ritorno, il superiore consegnò la croce a un accolito e, prostratosi ai piedi dell’altare con la faccia per terra, continuò a pregare per la conversione del popolo e non si è rialzato che dopo la benedizione.
Allora soltanto è ritornato in sacrestia e la fretta con cui si son messi ad asciugargli i piedi che un missionario con un gesto spontaneo di umiltà s’è piegato a baciare, ha prodotto un’emozione così viva che il suo ricordo non si cancellerà tanto facilmente dalla memoria di quelli che ne sono stati testimoni.

Diario della missione a Marignane, 24 novembre 1816, E.O. XVI

 

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MISSIONI POPOLARI: GESTI DRAMMATICI ED EMOZIONANTI PER TRASMETTERE UN MESSAGGIO DRAMMATICO ED EMOZIONANTE

Eugenio descrive quello che ha fatto a Marignane, in un momento di preghiera basato sulla Giornata ebraica per la Cerimonia dell’espiazione, Levitico 16, che coinvolge il capro espiatorio. Lo scopo dei missionari era mostrare la potenza di quello che Gesu’ aveva fatto sulla Croce per la gente di Marignane:

Finita la predica, il superiore è salito dunque sul pulpito per preparare gli animi e disporli a considerare quel che avrebbe avuto luogo coi sentimenti adatti alla circostanza. Ha fatto presa sulla necessità di una grande espiazione sull’esempio di Gesù e quello di parecchi santi… Da ultimo ha invitato la popolazione a imitare il popolo ebreo scaricando su dì lui tutti i loro peccati, ma col dolore nel cuore, mentre egli si paragonava al capro emissario che stava per essere cacciato nel deserto, carico di tutte le iniquità del popolo, soltanto lui degno del castigo su cui il cielo doveva esercitare la sua vendetta.
Ma, riavutosi immediatamente, si è rivolto verso la croce affermando che, anche in questo stato di abiezione, riponeva in lei tutta la sua fiducia: l’abbracciava e non se ne sarebbe mai separato, non rischiando così nulla, anzi al contrario avendo motivo di sperare misericordia e perdono. Questo brusco mutamento di tono ha fatto impressione.
Ha detto che si sarebbe tolta la cotta, simbolo di innocenza, perché avrebbe dovuto rappresentare i peccatori. E infatti se l’è tolta appoggiandola sul pulpito da dove è sceso, recandosi ai piedi dell’altare per ricevere dalle mani del parroco, rivestito del piviale, una grossa corda che ha annodato intorno al collo; quindi, essendosi tolto le scarpe e le calze, s’è addossato la croce dei penitenti e, in questo stato, s’è messo in testa alla processione, mentre popolo e clero cantavano alternativamente il Parce Domine e un versetto del Miserere. Le lacrime di tutti gli assistenti soffocavano le voci e l’impressione che la grazia ha operato è stata subitanea: anche i più impenitenti son rimasti scossi. Non tutti sono stati docili alle ispirazioni del Signore; ma ce ne sono stati molti colpiti da questo atto di espiazione, onde c’è stato motivo di restar soddisfatti per averlo offerto alla divina Maestà.

Diario della missione a Marignane, 24 novembre 1816, E.O. XVI

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MISSIONI POPOLARI: LA NECESSITÀ DI DISCERNERE E PREPARARE MINUZIOSAMENTE APPROCCI NUOVI E CREATIVI PER L’EVANGELIZZAZIONE

Un evento che toccava nel profondo i partecipanti e che aveva luogo in ogni missione era la processione penitenziale, centrata, in modo diretto e tangibile, sugli effetti salvifici della Croce di Cristo, capace di cancellare il peso del peccato. Nel Diario della Missione di Marignane, Eugenio mostra come fosse necessario discernere e riflettere su ogni innovazione missionaria e come fosse importante che le persone capissero e fossero recettive al messaggio:

Alle due abbiamo cominciato i vespri e dopo i vespri c e stata la predica sul danno di rimandare la conversione.
Dopo la predica il superiore è salito sul pulpito per dare gli avvisi circa la processione di penitenza che doveva aver luogo, avvisi che abbiamo dati anche nelle missioni già predicate, ma che qui erano tanto più necessari ch’era doveroso prevenire i fedeli relativamente a un avvenimento straordinario che avrebbe colpito i loro occhi.
Soltanto dopo mature riflessioni, dopo aver consultato Dio e considerati i vantaggi e gl’inconvenienti del passo che stavamo facendo, ci siamo decisi; e il felice esito ottenuto ci ha dato la prova che l’ispirazione ci veniva da Dio, come avevamo previsto in anticipo.

Diario della missione a Marignane, 24 novembre 1816, E.O. XVI

 

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MISSIONI POPOLARI: CELEBRAZIONI PER RINFORZARE IL MESSAGGIO PREDICATO E COINVOLGERE TUTTE LE EMOZIONI

Il messaggio comunicato all’inizio con le parole, attraverso le prediche dal pulpito, veniva poi confermato e rafforzato attraverso azioni teatrali che cercavano di coinvolgere emozionalmente le persone, lasciando un ricordo indelebile. Per questo motivo Eugenio aveva molto a cuore la preparazione e l’esecuzione di queste celebrazioni. Nel 1837, dopo 20 anni di esperienza pratica, insiste che:

Tra queste consuetudini ce ne son di quelle considerate essenziali e altre che possono essere di natura transitoria, legate alle circostanze. Quel che è prescritto nella Regola, per es. l’ingresso dei missionari nel paese da evangelizzare, non può essere eliminato nemmeno in via transitoria, tranne che per mia espressa autorizzazione.
  • La consacrazione alla Madonna,
  • la rinnovazione delle promesse battesimali,
  • la promulgazione della legge,
  • la processione del SS. Sacramento,
  • il servizio per i morti e l’istruzione dopo il vangelo della messa di requiem, come la processione e l’assoluzione nel cimitero,
  • la prima processione detta di penitenza,
  • la preparazione all’atto di contrizione e l’atto di contrizione, distinto per gli uomini e per le donne,
  • la comunione generale
sono rigorosamente da compiere in tutte le missioni.

 

    Lettera a Eugene Guigues, 5 novembre 1837, E.O. IX n. 652.

    Nei prossimi giorni mi occuperò di ognuna di queste celebrazioni, così importanti per comunicare il nostro messaggio alla pittoresca gente di Provenza

     

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    EUGENIO PREDICATORE DELLA MISSIONE: COME ORATORE ERA AMATO, RICERCATO, APPLAUDITO

    Adolphe Tavernier, che aveva conosciuto Eugenio durante la sua vita, scrisse in merito a quel predicatore dotato che Eugenio era ritenuto essere:

    I suoi discorsi sono stati molteplici come le sue opere. Parlava a bambini e adolescenti, a assemblee numerose, nelle chiese delle grandi città, a Parigi, a Marsiglia, a Aix e altri luoghi, nei borghi e villaggi, nelle missioni, davanti a immense masse di popolo, nelle solennità di ogni tipo, nei matrimoni cristiani ai piedi dell’altare, negli avvenimenti felici della patria, in quelli disgraziati e, sempre, il suo spirito, la sua voce e il suo cuore hanno trovato il linguaggio, il tono, la misura, l’accento che andava bene; sempre ha saputo convincere, toccare, strappare lacrime, intenerire, far battere i cuori al racconto delle nostre pubbliche disgrazie e innalzarli parlando dei nostri trionfi.
    Fu, in tutta l’estensione della parola, oratore e oratore cristiano. Lo fu per tutti: per i grandi, per i piccoli, per i deboli. La sua parola era amata, ricercata, applaudita ed è rimasta, tra noi improvvisatori di Provenza, come il tipo più alto, più franco, più puro che sia mai apparso sui nostri pulpiti cristiani.

    A. Tavernier, Quelques souvenirs sur Monseigneur Charles-Eugene de Mazenod
    (Aix, 1872), p. 21 – 22.

     

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    EUGENIO PREDICATORE DELLA MISSIONE: L’EFFETTO FORTE CHE FACEVA AI SUOI ASCOLTATORI

    Leflon continua a descrivere l’effetto (impressione) che Eugenio faceva come predicatore:

    Tutto contribuiva a impressionare: la sua alta statura, la sua grande aria, il fuoco e la profondità dei suoi occhi neri, la calda sonorità della sua voce, adesso carezzante e dolce, adesso risonante come le trombe dell’ultimo giudizio, di cui utilizzava tutti i registri con una varietà riposante e contrasti coinvolgenti. Infine la lingua provenzale, che maneggiava superbamente, gli prestava tutte le risorse delle sue immagini colorate, dei suoi lunghi periodi e delle sue cantanti armonie.
    Da qui il suo dominio sugli ambienti più vari che riusciva sempre a cattivare a impugnare.

    J. Leflon, Eugène de Mazenod, Évêque de Marseille, Fondateur des Missionnaires Oblats de Marie Immaculée, 1782 – 1861, Volume II, p. 112 – 113

     

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    EUGENIO PREDICATORE DELLA MISSIONE: INCAPACE DI USARE UN TESTO INTERAMENTE PREPARATO

    Eugenio era un oratore dotato che non poteva soffermarsi su un testo preparato, ma siccome egli conosceva esattamente quale reazione voleva ottenere nei suoi ascoltatori, era capace di muoversi e improvvisare – ma sempre partendo dalla sua propria esperienza di provare a imitare Cristo Salvatore nella sua vita. Il suo biografo, Jean Leflon, spiega:

    Oratore nato, p. De Mazenod non può restringersi a recitare un discorso fatto, che intralcerebbe la sua azione e gli toglierebbe i suoi mezzi. Questo non vuol dire che le sue predicazioni con comportassero nessuna preparazione. Anzi, i canovacci che ci rimangono provano che, su ogni argomento, accumula i documenti, ordina i materiali e redige certi passaggi con la maggiore cura. Una volta sul pulpito, però, abbandona le sue carte per entrare in modo diretto in comunicazione col suo uditorio e, secondo le disposizioni, secondo le reazioni di questo, modifica il piano, sopprime, aggiunge, ricrea, per così dire, il fondo come la forma, in un perpetuo sgorgare. “Non era mai meglio all’altezza di tutto il suo talento, come quando doveva trionfare di una difficoltà apparsa improvvisamente. Più l’improvvisazione era immediata… più era felice ; più il colpo era forte, più il successo era assicurato” scrive un buon giudice, il vecchio presidente del foro di Aix, Tavernier.

    J. Leflon, Eugène de Mazenod, Évêque de Marseille, Fondateur des Missionnaires Oblats de Marie Immaculée, 1782 – 1861, Volume II, p. 112 – 113

     

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    MISSIONI POPOLARI: L’IMPORTANZA DI SCRIVERE I TESTI DELLE OMELIE

    L’importanza della predicazione conduceva Eugenio ad essere esigente con i suoi Oblati riguardo ai loro metodi di predicazione. Nella Regola insisteva sul fatto che il superiore non avrebbe dovuto permettere ai missionari di predicare finché loro non avrebbero scritto e studiato le omelie che avrebbero voluto predicare, le quali sarebbero state esaminate da due sacerdoti nominati dal superiore. Spesso egli esigeva che ciascun missionario preparasse una raccolta completa di prediche e istruzioni:

    Il più giovane tra di voi si applichi alla composi¬zione di’ un certo numero di prediche: vi ordino di esigerlo, mentre p. Telmon avrà la compiacenza di guidare e correggere questi lavori: è un dovere di carità oltre che di obbedienza. E farà bene anche lui ad aumentare questo capitale per proprio conto: pensi che verrà giorno in cui l’immaginazione si raffredderà e allora si sentirà fortunato di ritrovare nei suoi quaderni la vivacità de¬gli anni giovanili…
    Mi darò pace solo quando i nostri missionari destinati ad annunziare la parola di Dio avranno una serie completa di prediche e di istruzioni per ritiri e missioni. Abbiate di mira questo punto essenziale per la riuscita del vostro ministero..

    Lettera a Jean-Baptiste Honorat, 26 marzo 1842, E.O. I, n. 10.

     

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    MISSIONI POPOLARI: L’IMPORTANZA DELLO STUDIO PER PREDICARE BENE

    Il missionario, come strumento di Gesù Cristo Salvatore, deve pregare ma deve anche studiare. Dalla prima vera regola di vita redatta nel Gennaio 1816, fu stabilito il principio che una parte della vita del missionario debba essere spesa nel ministero attivo mentre l’altra parte nello studio e nella preghiera nella propria comunità. Era un valore che Eugenio ricordava regolarmente ai suoi missionari:

    Non fatevi trascinare oltre le vostre forze nel lavoro di cui sarete presto sovraccaricati: non si deve mai voler fare più di quel che Dio permette. Distribuite le cose con saggezza, ma specialmente riservatevi sempre il tempo da consacrare allo studio e alla santificazione perso¬nale dentro le mura di casa: questo è un obbligo rigoroso.

    Lettera a Jean-Baptiste Honorat, 26 marzo 1842, E.O. I, n. 10.

    Ancora:

    Nutritevi di buone letture per perfezionare l’eleganza del dire e rafforzare le convinzioni. Non mirate alla bella forma ma alla solidità della dot-trina, a quel che deve riuscire comprensibile all’uditorio, a quanto istruisce e rende le conversioni durevoli. Non è un consiglio dato a voi personalmente ma che do a tutti per un maggior profitto..

    Lettera a Marc L’Hermite, 17 agosto 1852, E.O. XI n. 1112.

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